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Commercio mondiale, Stati Uniti e Cina verso la strada del bilateralismo a tutto campo

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La cooperativa e coordinata crescita globale sembra definitivamente tramontata. Guardando alla Cina, la Belt and Road Initiative (BRI) definisce una tabella di marcia per il commercio con i Paesi terzi e riflette la volontà di Pechino di plasmare le proprie iniziative commerciali come ritiene opportuno per limitare i rischi sulla propria situazione.
Come spiega Philippe Waechter, Chief Economist di Natixis Asset Management, “La logica alla base di questo programma non è necessariamente e pienamente compatibile con l’approccio del WTO”.
 
I dazi americani
Come spiega lo strategist, l’intera questione è particolarmente importante alla luce della recente decisione degli Stati Uniti di applicare i dazi all’importazione sull’acciaio e l’alluminio, con il rischio di ripercussioni a livello mondiale e il pericolo di nuovi squilibri in tutto il mondo, soprattutto in Europa, che è il principale fornitore di importazioni di acciaio degli Stati Uniti. Tali misure comporteranno probabilmente un aumento della produzione di acciaio e alluminio negli Stati Uniti, in quanto gli impianti di produzione del Paese non stanno funzionando a pieno regime e la produzione estera sarà più costosa.
Uno degli argomenti addotti da Trump, spiega Waechter, è infatti che gli impianti di produzione possono funzionare a capacità più elevate, per cui le importazioni dovrebbero essere limitate al fine di promuovere la produzione locale. “Ma ciò – aggiunge Waechter – non sarà sufficiente per soddisfare tutta la domanda statunitense, con i prezzi destinati ad aumentare anche nei settori collegati, e determina allo stesso tempo una diminuzione delle esportazioni in Europa e una pressione sui prezzi per la produzione di acciaio e alluminio non statunitense”.
In altre parole, la decisione americana penalizzerà anche i settori europei.
Nuovo rapporto con il WTO
L’iniziativa statunitense sui dazi è preoccupante, in quanto sembra essere solo un pezzo del puzzle, piuttosto che l’intero quadro. “La Casa Bianca – dice Wachter – sembra voler portare avanti questa strategia, a parte per quei Paesi che chiedono condizioni speciali e sono disposti ad accettare i termini stabiliti da Washington: il che probabilmente non è una buona notizia perché questa strategia implica anche una rottura tra gli Stati Uniti e il WTO e servirà solo a rafforzare ulteriormente i programmi commerciali della Cina”.
Pressioni sull’inflazione
L’altro aspetto dell’attuale strategia statunitense è che la crescita è spinta verso l’alto da una politica fiscale molto aggressiva, in un’economia basata sulla piena occupazione. Questa politica è destinata a sostenere la domanda interna e ad accentuare ulteriormente lo squilibrio del commercio estero, come già osservato negli ultimi mesi.
Inizialmente emergeranno pressioni sul mercato statunitense, quindi possiamo aspettarci una pressione crescente sull’ inflazione”, dice lo strategist. Che aggiunge: “Per evitare ricadute in tal senso, la Fed dovrà agire più rapidamente e con maggiore decisione del previsto: il che significa che nel 2018 si potranno prevedere maggiori aumenti dei tassi (almeno quattro) per frenare gli squilibri innescati dalla politica fiscale”.
In ogni caso l’aumento dei tassi sarà più rapido e più netto del previsto, per cui la volatilità si farà sentire sui mercati azionari.
C’è sempre un ritardo di 18-24 mesi tra il ritocco dei tassi della Fed e l’aumento della volatilità, quindi questo si verificherà tra il  2019 e il 2020”, spiega Waechter.
Emerge il bilateralismo
Secondo lo strategist, è ormai chiaro che le tre grandi aree geografiche non adottano più un approccio coordinato e cooperativo. Gli Stati Uniti e la Cina vogliono stabilire le proprie regole per il commercio internazionale, con il rischio che si allontanino dalle regole del WTO e che riprendano una strategia bilaterale a tutto campo, che non sarà equa per le parti in generale.
Nel frattempo, in Europa, la mancanza di iniziative politiche solleva molti interrogativi. E, come spiega lo strategist, gli economisti hanno proposto soluzioni, ma questi sono solo castelli in aria se non hanno il sostegno politico.
Lo slancio innescato dalla ripresa si è quindi concluso e l’emergere di un nuovo ordine politico sta portando a incertezze sulla capacità dell’economia mondiale di sostenere il ritmo di crescita raggiunto nel 2017 e 2018”, dice lo strategist. Che conclude: “La crisi non è finita perché la trasformazione politica non è completa”.