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Cina, vola il Pmi manifatturiero HSBC. Moody’s appoggia le banche cinesi. Giappone mai così pessimista dal marzo 2010

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Asia a due facce quella che si offre oggi all’attenzione degli osservatori. Se da un lato infatti si impenna l’ottimismo sul fronte manifatturiero cinese, dall’altro le imprese giapponesi vedono grigio. Un sentiment evidente anche dai dati di Borsa: Tokyo ha chiuso senza infamia né lode, in calo dello 0,05%, mentre Shanghai e Hong Kong hanno messo a segno performance brillanti, con un +4,32% per la Borsa cinese e un +0,71% per quella dell’ex protettorato britannico.
A determinare l’andamento dei mercati asiatici sono state oggi le letture degli indici che misurano la fiducia delle imprese. Il Giappone offre un panorama contrastato: da un lato la lettura finale dell’indice sulla produzione industriale a ottobre è cresciuta dell’1,6% ad ottobre contro il +1,8% della rilevazione precedente (ma su base annuale il dato ha mostrato un calo del 4,5% contro il -4,3% della lettura preliminare).
 
Dall’altro lato, l’indice nipponico Tankan, rilasciato dalla Bank of Japan, ha visto una lettura a dicembre in calo di 12 punti contro i -3 di settembre, e sotto le stime di un -10 degli analisti. Il dato mostra che gli imprenditori giapponesi non sono mai stati così pessimisti riguardo all’economia del Paese dal marzo 2010. La sofferenza delle industrie dipende da un lato dalla forza dello yen, che ostacola le esportazioni, e dall’altro dal rallentamento della Cina, mercato principale per l’arcipelago asiatico. Il dato rende così sempre più probabile un terzo trimestre consecutivo di recessione.
 
D’altro canto, il risultato rende sempre più probabile un intervento della banca centrale nipponica per sostenere la crescita, magari con un quantitative easing illimitato, anche se sarà difficile che qualcosa possa cambiare in concomitanza delle imminenti elezioni politiche, che si terranno domenica prossima, per la successione al premier Noda, partita nella quale il favorito è il leader dell’opposizione Shinzo Abe.
Il rovescio della medaglia è costituito dalla Cina, con le performance legate alle imprese del Celeste impero che hanno fatto brillare le piazze di Shanghai e Hong Kong – la prima in particolare ai massimi dall’ottobre 2009 –  sulla scia del dato preliminare sul PMI manifatturiero a dicembre elaborato da HSBC. La cifra è migliorata oltre le attese raggiungendo i massimi da 14 mesi a 50,9 punti, contro i 50,5 della scorsa lettura.  Il listino cinese legato alle imprese, il CSI 300, è balzato addirittura del 5,1%, mentre l’Hang Seng China Enterprises Index, che misura l’andamento delle principali compagnie cinesi listate ad Hong Kong, è lievitato dell’1,4% sulla scia di questi dati che potrebbero indicare un’espansione ad un passo più sostenuto che in passato. L’ottimismo si è espanso anche sui prezzi di petrolio e rame, che hanno registrato significativi aumenti.
Ma anche le banche cinesi hanno potuto realizzare vistosi guadagni – Industrial & Commercial Bank of China ha realizzato un +3,8% mentre Agricultural Bank of China ha totalizzato un +4,1%. A spingere i titoli finanziari è stato il report di Moody’s, che vede l’outlook del sistema bancario cinese ancora stabile nei prossimi 12-18 mesi nonostante le difficoltà dell’economia globale e nonostante il rallentamento del Pil di Pechino. “Ci attendiamo che fattori come urbanizzazione e aumento della produttività possano sostenere un tasso stabile di crescita”, ha affermato in una nota Bin Hu di Moody’s. “La nostra previsione di un Pil 2013 al 7-8% per la Cina continua a supportare la nostra opinione di un contesto economico stabile per le banche cinesi. Tuttavia delle sfide potranno essere rappresentate dagli indicatori macroeconomici meno forti, dall’accelerazione verso una liberalizzazione dei tassi di interesse, e dall’aumento dei non-performing loans”.