Cina: politica fiscale e povertà tagliano le ali al dragone

Inviato da Floriana Liuni il Mer, 30/11/2011 - 12:23

Giornata da dimenticare oggi per la borsa cinese, sprofondata del 3,27% con perdite diffuse su tutti i settori. Particolarmente colpiti sono stati i titoli finanziari, industriali e legati alle materie prime, che hanno registrato cali intorno al 4%.

Titoli cinesi colpiti dalle previsioni su produzione ed esportazioni

Il calo è il maggiore registrato da circa quattro mesi, e dà l'impressione di un mercato, quello cinese, che non sembra essere così sotto controllo come vorrebbe far intendere. A seminare il panico, secondo l'agenzia Bloomberg, sarebbero state le previsioni di Shenyin&Wanguo Securities sulle esportazioni - che potrebbero essersi dimezzate al 7,7% questo mese, a fronte di un nuovo rallentamento della produzione - a seguito di una politica monetaria restrittiva che, pare, verrà mantenuta anche per l'anno prossimo.
Domani arriverà il dato sul PMI manifatturiero di novembre, atteso a 49,8 (sotto la soglia fatidica dei 50 punti che demarcano la recessione). Secondo Shenyin&Wanguo, l'output industriale potrebbe essersi attestato a un +12,5% a novembre, meno del +13,2% di un mese fa.
Ad essere colpiti sul mercato, perciò, i settori legati alla produzione, e anche i bancari, spaventati dalle possibili misure attuate dal governo in materia finanziaria. Misure che, pare, non avranno nulla a che vedere con il taglio dei tassi d'interesse - dato il livello di inflazione ben al di sopra dell'obbiettivo annuale del 4% - né con l'allentamento sul credito. Il governo cinese ha invece deciso di tagliare di 50 punti base il tasso di riserva obbligatoria richiesto alle banche. In alternativa, il raggiungimento degli obbiettivi di crescita potrà essere ottenuto tramite la politica fiscale, riducendo la spesa pubblica

I piani del Celeste Impero e la povertà

I mercati guardano quindi con sospetto i prossimi piani del governo cinese, non riuscendo a distinguere quanto i cali drastici in produzione, esportazioni, e prezzi degli immobili siano l'effetto di una bolla che si sgonfia - anche causa della crisi dell'Eurozona - o, come da versione ufficiale del governo cinese, il frutto di una politica economica ben precisa, che nei prossimi 10 anni dovrebbe portare il Pil reale all'8%, l'inflazione al 4% e un apprezzamento del renminbi del 4%, e un Pil pro capite di 9803 dollari Usa.
Ad esempio, secondo le parole del vice premier Li Keqiang, pronunciate ieri a Pechino e riportate dalle agenzie di stampa cinesi, è aperto intento del governo quello di calmierare i prezzi nel settore immobiliare, in modo che non si crei alcuna bolla ma, al contrario, si possano consolidare i risultati raggiunti. Ciò viene attuato con misure quali vietare l'acquisto di più appartamenti, aumentare il capitale richiesto in garanzia per ottenere prestiti o tassare i terreni edificabili, il che dovrebbe deprimere il costo delle case e renderle più facilmente acquistabili.
Il piano infatti sarebbe quello di aumentare al 60% l'afflusso migratorio dalle campagne alla città nei prossimi dieci anni, accrescendo di 200 milioni il numero di persone che si trasferiranno nei nuovi centri urbani. Questo dovrebbe dare una spinta sia al settore delle costruzioni, sia a quello dei servizi, una volta che la popolazione urbana si sarà consolidata. Entro il 2015 si prevede di portare il Pil generato dai servizi al 47% del totale.
Il problema è che nulla di tutto questo si realizzerà senza una spinta della domanda di immobili, e al momento la maggior parte delle persone non può permettersi un appartamento ma vive nelle baraccopoli. Nonostante la politica di spinta dei consumi interni, in Cina le persone che vivono con meno di un dollaro al giorno sono circa 130 milioni, su una popolazione di 1,3 miliardi.
Una situazione, nonostante le convinzioni di noi occidentali oppressi dalla crisi, tutt'altro che rosea. Nessuna meraviglia, allora, se la Cina non vuol nemmeno sentir parlare di acquistare il debito dell'Eurozona.

 


 

COMMENTA LA NOTIZIA