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La Cina irrompe nei mercati come nuova potenza tecnologica

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Negli ultimi due decenni, il ruolo di sub-contrattista più economico del pianeta è servito alla Cina per prosperare come mai era riuscita a fare nel passato. Tuttavia, il ruolo di fabbrica del mondo ha una data di scadenza. Il governo cinese, cosciente del rischio che il paese possa svolgere un ruolo di secondo piano per un lungo periodo di tempo, sta programmando un salto qualitativo che apra le porte dell’elite mondiale. La scommessa sul futuro è inequivocabile: essere capaci di innovare. Le intenzioni del governo cinese fanno ricordare il progetto di sviluppo voluto dal governo giapponese qualche decennio addietro.

L’anno 2049 è la data fissata dall’esecutivo cinese per raggiungere l’obiettivo. Alla fine del 2005 una cifra esorbitante ha trovato spazio sui principali mezzi di comunicazione: secondo i dati in possesso della OCDE la Cina ha esportato 152.000 milioni di euro in beni tecnologici, sorpassando per la prima volta gli Usa. L’85% delle esportazioni di beni tecnologici fa capo a imprese straniere localizzate in Cina. La maggior parte dell’high tech cinese è costituita da prodotti a basso valore aggiunto: i circuiti integrati – l’unica merce high tech ad elevato valore aggiunto – è un bene importato. I dati diffusi dal Ministero del Commercio di Pechino dimostrano che il paese soffre di un deficit commerciale di 12.000 milioni di dollari in componenti, macchinari e prodotti elettronici.

Il governo di Pechino sa che non può dipendere dalla tecnologia straniera per sempre. L’Officina cinese per i brevetti ha ricevuto 353.807 richieste di nuove patenti nel 2004 ( ne sono state concesse 190.238, di cui 151.328 sono cinesi). Nello stesso periodo sono state concesse ai cinesi 1.700 patenti europee che hanno validità in 36 paesi. Il concetto ‘made in China’ sarà gradualmente sostituito da ‘creato in China’. La Cina dedica l’1,3% del suo Pil all’I+D, e la patenti sono il termometro tecnologico di un paese ( la loro importanza commerciale trova conferma nel fatto che gli introiti apportati rappresentano il maggior introito nella bilancia commerciale degli Stati Uniti).

L’impero di mezzo – autore di scoperte emblematiche come il compasso, la polvere da sparo, la carta, l’inchiostro e la porcellana – ha capito che deve fare perno sulla tecnologia per liberarsi dall’industrializzazione selvaggia e trasformarsi in uno dei principali player della scacchiera planetaria. La scommessa politica di Pechino, lo spirito imprenditoriale cinese e l’impetuosa crescita economica, disegnano uno scenario favorevole al gigante asiatico.

Il paradosso della scommessa cinese per la tecnologia, risiede nella facilità con cui vengono violate le più elementari norme di tutela della proprietà intellettuale o industriale. La pirateria è presente in tutti gli ambiti imprenditoriali, inclusi alcuni estremamente sensibili e rischiosi come quello farmaceutico o dei ricambi per aerei e automobili ( con la complicità tacita di Pechino).

L’Associazione Europea dell’Industria della Tecnologia dell’Informazione, le Telecomunicazioni e l’Elettronica di Consumo ( EICTA) – che rappresenta 10.000 imprese del settore tecnologico europeo – denuncia la situazione di un settore che investe 60.000 milioni di euro all’anno in I+D, e che vede sistematicamente copiate tutte le innovazioni.

Alcuni esperti sostengono che l’ingresso della Cina nell’elite tecnologica internazionale passa per la soluzione dei suoi problemi con il rispetto della proprietà intellettuale. Altri sostengono che il colosso asiatico sta seguendo la scia del modello di crescita giapponese- sudcoreano, e che i problemi saranno corretti con la graduale crescita delle imprese domestiche specializzate nella produzione di beni high tech. A cura di www.fondionline.it