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Cina, India e Brasile entrano nella stanza dei bottoni del Fmi, l’Italia resta nel board

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Il Fondo monetario internazionale cambia volto. E non sarà una rivoluzione silenziosa. Nella stanza dei bottoni dell’istituzione voluta da Bretton Woods hanno fatto il loro ingresso i Paesi emergenti, gli unici dal 2008 in poi che hanno continuato a sostenere l’economia mondiale. La crisi subprime, l’onda lunga che ha avuto sul mercato del lavoro e sui listini e la guerra delle valute hanno proclamato loro come vincitori della partita. Sullo scacchiere di chi conta nella nuova mappa del potere economico sono Cina, India, Brasile e Russia le nuove stelle polari.


La Cina da sesto azionista del Fmi con la riforma sale al terzo posto, alle spalle solo di Stati Uniti e Giappone e scavalcando Francia, Germania e Gran Bretagna. A Pechino viene attribuita una maggiore responsabilità, con una quota di diritti di voto che dal 4% passa al 6,39% del totale, dietro solo a Stati Uniti (17,41%) e Giappone (6,46%).

La maxi-riforma – che raccoglie le indicazioni del G20, che si riunirà la prossima settimana a Seul,e deve essere approvata dai membri del Fondo – prevede fra l’altro un raddoppio dell’entità del capitale del Fmi, che passa a 766 miliardi di dollari. Si tratta di “un accordo storico che è anche la più importante riforma della governance nei 65 anni di storia del Fondo”, così lo ha definito il direttore del Fondo Monetario Internazionale Dominique Strauss-Kahn, salutando l’intesa che sposta il baricentro decisionale dell’organismo verso le economie emergenti.


Le modifiche investiranno anche al Consiglio del Fmi che rimane di 24 seggi, ma con una rinuncia di due posti per l’Europa, che passa da 9 a 7: dieci seggi saranno riservati ai 10 principali membri dell’organizzazione – Usa, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito, Italia e i paesi Bric – mentre la maggioranza qualificata rimane all’85 % dei diritti di voto, sui quali però si registra uno spostamento del 6 per cento dalle economie avanzate a quelle dinamiche dei mercati emergenti.


Fra i movimenti più significativi, l’uscita dalla top ten di Arabia Saudita e Canada, che in precedenza erano all’ottavo e al nono posto per quote, e l’ingresso di India (ora all’8° posto) e del Brasile (decimo). Quanto all’Italia rimane il settimo contribuente, ma con una quota che scende dal 3,31 al 3,16 del totale. Ci sarà tempo fino all’ottobre 2012 per decidere come tagliare i seggi in Europa: toccherà al ministro belga Dieder Reynders, presidente di turno dell’Ecofin, presentare entro l’anno la proposta di redistribuzione dei posti. Ma dietro le quinte in realtà una prima soluzione sarebbe già stata abbozzata: Belgio e Olanda che fino ad oggi avevano una sedia a testa potrebbero alternarsi.

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