Cina, l'hard landing non è un'ipotesi remota

Inviato da Riccardo Designori il Mar, 25/10/2011 - 11:57
Difficile prevedere crisi finanziarie immediate per l'economia cinese. Tuttavia la situazione va monitorata con particolare attenzione. Pechino sembra infatti che stia diventando un luogo sempre meno sicuro dove investire i propri risparmi a causa di un pericoloso mix di fattori.

Oltre ad un evidente rallentamento della propria congiuntura, il Dragone rischia di pagare a caro prezzo le difficoltà registrate dalle piccole imprese del distretto di Wenzhou e il generale declino della propensione al risparmio dei cittadini.

Gli economisti su questo argomento hanno opinioni contrastanti: c'è chi ipotizza un "hard landing" (letteralmente un atterraggio duro) per l'economia asiatica, e chi invece considera questa evenienza come uno scenario poco probabile. Nella prima direzione va Albert Edwards di Société Générale secondo cui "gli investitori dovrebbero prepararsi ad un forte rallentamento della congiuntura e a una sensibile svalutazione dello yuan".

Opinione diametralmente opposta quella di John Tang, strategist di Ubs per la Cina, che evidenzia in un recente report come i consumi "molto forti" e la crescita dei salari continueranno a sostenere l'espansione.

Gli stessi dati macroeconomici non fugano del tutto i dubbi. Ieri la lettura preliminare di ottobre dell'indice Hsbc Pmi manifatturiero ha mostrato il progresso più alto degli ultimi cinque mesi riportandosi sopra la soglia dei 50 punti. I 51,1 punti dell'indicatore, dai 49,9 punti di settembre, segnano di fatto attese di espansione economica da parte dei direttori agli acquisti delle società cinesi per i prossimi mesi. Tuttavia la crescita del Pil, seppur vigorosa, sta decelerando.

Le rilevazioni degli ultimi trimestri hanno visto il Prodotto interno lordo progredire del 9,1% nel terzo quarto, dopo il +9,5% del secondo. Oltre ad evidenziare come la lettura dello scorso 18 ottobre sia risultata inferiore al 9,3% stimato dagli analisti, le ultime indicazioni hanno confermato la decelerazione del trend nel 2011. Nel 2010 il Pil ha evidenziato una crescita pari al 10,4%.

Il rallentamento dovrebbe continuare anche nel 2012; secondo il consensus elaborato da Bloomberg il Prodotto interno lordo è visto in crescita dell'8,22% nell'ultimo trimestre del 2011, dell'8,01% nel primo quarto del 2012 e dell'8,08% nei tre mesi successivi.

Una crescita annua del 7-8% appare come lo scenario base per i prossimi anni. Questo almeno secondo gli analisti di Black Rock che evidenziano come negli ultimi dieci anni questo valore sia in genere stato sopra il 10%.

Il poderoso sviluppo che ha contraddistinto l'economia di Pechino dalla seconda parte degli anni '90 ha ora diverse sfide da affrontare per poter uscire ancora più matura.

Il passaggio in atto appare un inevitabile step nell'ascesa gerarchica della seconda economia del mondo, necessaria per poter entrare di diritto nel novero dei Paesi sviluppati e non più solo emergenti.

In un clima che vede concrete prospettive di indebolimento della domanda statunitense ed europea, l'economia cinese deve fare i conti con gli effetti interni della stretta creditizia seguita all'innalzamento delle riserve obbligatorie del sistema bancario attuate per fronteggiare le pressioni inflazionistiche.

Le incognite maggiori riguardano in particolare le piccole imprese. In un recente report elaborato dopo un viaggio nelle tre maggiori città cinesi e intitolato "Lending at a Crossroads", Citigroup ha evidenziato come la sofferenza dovuta alla mancanza di credito disponibile abbia ampliato sensibilmente le possibilità di credit crunch per tali aziende.

Altri fattori pesano sui conti economici delle imprese cinesi in generale: il mix di aumento di costi di finanziamento, di salari e costi degli input così come la rivalutazione dello yuan sono tutti fattori che impattano negativamente sui margini reddituali.

I semi della possibile prossima crisi cinese sono stati gettati nel 2008, quando il Governo locale dovette espandere a livelli record il sostegno all'economia per fronteggiare le sfide poste dalla recessione globale scatenata dai mutui subprime. Nel 2009 erano necessari 0,41 yuan presi in prestito per produrre 1 yuan di Pil. Nel 2002 tale valore era di 0,17 yuan, ora è di 0,30.

Come evidenziato già dallo scorso luglio da Black Rock, proprio in una fase in cui imprese e famiglie avrebbero bisogno di finanziamenti per sostenere la crescita, l'erogazione complessiva del credito è in rallentamento. Come mostrato dai dati della Banca Popolare Cinese, nei primi 9 mesi del 2011 si è assistito a un calo dei finanziamenti a livello aggregato dell'11,4% a 9,8 migliaia di miliardi di yuan.

Non va infine dimenticato un altro elemento particolarmente negativo per il futuro dell'economia cinese: il calo del tasso di risparmio. Se il costo degli input penalizza il risparmio delle aziende, tasse e inflazione colpiscono quello delle famiglie. "Senza contare che il governo per riequilibrare la domanda interna del Paese e offrire una maggiore sicurezza sociale dovrà ridurre il proprio tasso di risparmio", sostiene Neeraj Seth di Black Rock evidenziando come "negli ultimi 10 anni questo ratio è stato sopra il 50% del Pil".

Indubbiamente vi sono situazioni nel mondo decisamente più pericolose e pericolanti, basta fare un rapido giro in Europa per rendersene conto, tuttavia il capitolo cinese merita particolare attenzione.

Anche perché "non sarà bello come la Cina ripulirà il caos originato dall'abbuffata di credito degli ultimi anni", mette in guardia Tim Condon, analista per l'Asia di Ing. Indubbiamente questi elementi spiegano la sottoperformance accumulata nel 2011 dagli indici azionari cinesi rispetto all'Msci World: i mercati giocano sempre d'anticipo.

Riccardo Designori
Ufficio Studi Brown Editore
COMMENTA LA NOTIZIA