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Cina: gli interventi della Banca centrale non bastano, cambio con il dollaro ai massimi da 8 anni

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Massimi da 8 anni per il cambio tra il biglietto verde e la divisa cinese. Ieri il cross tra le due valute si è spinto fino a 6,9210 yuan, il livello maggiore dal 2008, portando il saldo annuo al +7,66 per cento e quello dell’ultimo mese a un +2 per cento. Per ANZ (Australia and New Zealand Banking Group), particolarmente interessata all’andamento della valuta cinese visti gli stretti legami delle economie oceaniche con l’ex Regno di Mezzo, il cross è destinato a confermarsi a 6,9 nell’ultima parte dell’anno per salire a 7,1 tra dodici mesi.

L’attesa per il rialzo del costo del denaro statunitense nella prossima riunione della Federal Reserve e, più recentemente, l’affermazione di Donald Trump, stanno favorendo il biglietto verde, salito ieri sui massimi da 13 anni (dollar index a 100,57 punti), e spingendo l’uscita di capitali dai Paesi emergenti.

Dopo aver più volte rimarcato in campagna elettorale la presunta manipolazione dello yuan da parte delle autorità del Dragone, è stata proprio l’elezione di The Donald a spingere la divisa cinese ai minimi pluriennali. Nella realtà, negli ultimi due anni l’attività della People’s Bank of China è stata indirizzata al sostegno della valuta locale tramite la vendita di dollari sul mercato.

A settembre e ottobre, stando ai calcoli del Financial Times, la PBoC  ha speso circa 88 miliardi di dollari per il sostegno dello yuan permettendogli di limitare le perdite rispetto alle altre valute emergenti (spingendo però le riserve in valuta estera ai minimi dal marzo del 2011).

Oltre ad improbabili misure protezionistiche del neo-presidente, il rafforzamento del greenback è favorito dalle critiche mosse da Trump alla Banca centrale statunitense, accusata di essere troppo filo-democratica. Lo scorso mese di aprile Trump ha annunciato di voler rimpiazzare l’attuale chairwoman, il cui mandato terminerà nel 2018, e di voler ridurre il potere della Fed (dato che è stata istituita con legge ordinaria, il Congresso, a maggioranza, potrebbe cambiare le norme che ne disciplinano l’attività, la nomina dei membri e minarne l’indipendenza).