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La Cina dopo il G20

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Il G20 se si escludono foto, cene di gala e vini pregiati probabilmente lascerà il segno solo per aver sancito la definitiva morte del G8.

Dominique Strauss-Kahn, direttore generale dell’Fmi, nella conferenza stampa finale al termine del G20 ha dichiarato che “La maggior parte dei ministri convenuti per le riunioni del G20 ha concordato sul fatto che la crisi finanziaria globale non solo non è finita ma, come le nostre ultime stime per il 2009 dicono, i rischi di un ulteriore peggioramento per il prossimo anno esistono” e che “servono politiche fiscali coordinate, in una fase in cui l’inflazione non è un problema nel mondo” seguendo l’esempio di molti Paesi, tra cui la Cina che stanno già prendendo decisioni in questo senso.

Già, la Cina. Ormai con il G8 senza soldi e senza crescita gli ex grandi dovranno ridisegnare completamente le proprie linee di politica estera ed imparare dal presidente cinese Hu Jintao che non si accontenta delle foto di rito e che approfitta di un sostanzialmente inutile teatrino delle vanità per effettuare una visita diplomatica in Costa Rica, Cuba e Peru’, con l’obiettivo di rilanciare i rapporti politici ed economici con l’America Latina, regione definita prioritaria per la proiezione globale della Cina.

In Peru’, inoltre, Hu Jintao parteciperà tra il 22 ed il 23 novembre,a l XVI vertice del Foro di cooperazione economica Asia-Pacifico (Apec), dopo essere riuscito, due settimane fa, a ottenere che il suo paese faccia parte della Banca Interamericana di Sviluppo (Bid), il maggior finanziatore dell’America Latina.

Nel 2007, il commercio bilaterale fra la Cina e l’America Latina ha superato i 100 miliardi di dollari, obiettivo che era stato fissato dallo stesso Hu Jintao durante il suo primo viaggio nella regione, nel 2004, e che rendono la regione il secondo partner commerciale di Pechino, dopo gli Usa.

Questa mattina gli indici borsistici cinesi nonostante la pessima chiusura di Wall Street di venerdì, continuano con la loro graduale ripresa dai minimi, innescata dalla decisione di varare un colossale piano di stimolo economico di 4mila miliardi di yuan. Con il Giappone che ha annunciato di essere ormai entrato in recessione, nel 2009 la Cina potrebbe contribuire quasi integralmente alla crescita economica su scala globale.

La Cina si presenta a questo appuntamento con riserve che sfiorano i 2mila miliardi di dollari, con i depositi bancari che rappresentano il 150 del Pil, ossia circa 5mila miliardi di dollari, con i profitti delle imprese statali che sono arrivati al 23% del Pil, con i debiti in sofferenza delle banche che si sono ridotti del 75% rispetto a un decennio fa nel pieno della crisi finanziaria asiatica.

Questa volta non potrà essere l’export, ma dovrà essere la domanda interna il motore della crescita, anche se per creare una vera domanda interna ci sono milioni di persone da spostare da una parte all’altra del continente cinese.

Roberto Malnati