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Cina, crollo dello yuan in vista? Non a breve

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Dovremmo forse credere ai policymaker del Dragone che sostengono che non ci siano le basi per un forte deprezzamento dello yuan? O dovremmo piuttosto preoccuparci di un imminente crollo della valuta cinese? La risposta, che arriva nella settimana del Capodanno cinese che dovrebbe dare un po’ di respiro ai mercati, è di Hans Bevers. Secondo il Senior Economist di Degroof Petercam AM, sebbene sia impossibile escludere a priori lo scenario di un unico (e ampio) deprezzamento, quest’ultimo non potrà verificarsi a breve. “E’ la mia opinione, anche se un importante deprezzamento potrebbe essere d’aiuto per riconciliare i due obiettivi del governo di Pechino, e cioè rapide riforme strutturali (come la liberalizzazione dei conti capitale) e crescita elevata, in linea con il nuovo target ufficiale del 6,5%“, spiega Bevers.
Il pericoloso sentiero del deprezzamento

Il ragionamento è il seguente: poiché la Cina rappresenta la seconda economia mondiale (15% del Pil globale), un ampio deprezzamento rinforzerebbe le dinamiche deflazionistiche, che stanno già avendo un impatto a livello globale. Come regola generale, secondo Beyers, un deprezzamento del 10% dello yuan ponderato su base commerciale darebbe una spinta alla crescita del Pil cinese di (solo) 0,5 punti percentuali nel primo anno successivo allo shock. “Un brusco deprezzamento avrebbe un impatto negativo sui mercati finanziari mondiali, incentiverebbe le altre Banche centrali al contrattacco in termini di politica monetaria, pesando a sua volta sul sentiment dei consumatori e delle imprese – spiega Bevers – Tutto ciò avrebbe un impatto negativo anche sulla spesa cinese per i consumi e sarebbe in conflitto con la strategia adottata dai policymaker cinesi per ri-bilanciare l’economia. Il desiderio della Cina di giocare un ruolo più rilevante nella scena politica internazionale, infine, sarebbe motivo di ulteriore scetticismo”.
 
La chimera delle vecchie strategie

Un’altra possibilità è che la Cina faccia retromarcia sulle misure adottate relative all’apertura dei conti capitale, con l’obiettivo di frenare le fughe di capitale e l’esaurimento delle riserve in valuta estera, in modo che la politica monetaria possa essere più efficace. Secondo Beyers tutto ciò si sta già verificando: “Ciò in parte ha senso. Ma, come già detto, tale strategia verrebbe interpretata come un dietrofront della Cina rispetto alle promesse di procedere con le riforme, provando così ad aggrapparsi alle vecchie strategie”. “In sostanza – aggiunge Bevers – tutto ciò significa che i policymaker cinesi sono bloccati e che saranno legati a una politica che procederà a singhiozzi negli anni a venire. Con il credito che cresce ancora a livelli insostenibili e con i costi di servizio del debito in forte aumento, questo approccio basato sul “rimandare all’infinito” costituisce una situazione sempre più scomoda”. 
 
Atterraggio morbido

Fatte queste considerazioni, secondo Beyers un atterraggio brusco verrà evitato, poiché l’effetto stabilizzatore derivante dalle misure di stimolo adottate in precedenza comincerà lentamente a dare i suoi frutti. D’altro lato, l’outlook di medio-lungo periodo appare ancora impegnativo in un contesto caratterizzato da debito pubblico in eccesso, invecchiamento della popolazione, scarse possibilità di recupero e difficoltà legate a un ulteriore ribilanciamento economico. Le preoccupazioni di un atterraggio brusco, pertanto, continueranno per molti anni. E non è certo che i mercati finanziari stiano tenendo in considerazione tale aspetto. “Le pressioni per un deprezzamento con molta probabilità persisteranno. Nello stesso tempo qualsiasi deprezzamento probabilmente sarà graduale, data la quantità di riserve in valuta estera disponibile“, conclude Beyers.