Cina: la bolla non scoppierà (ING Investment)

Inviato da Floriana Liuni il Gio, 24/11/2011 - 17:39
Sarà il ricordo ancora fresco della crisi partita nel 2008 dagli Usa ma, di fronte ad un Paese che cresce a ritmi esponenziali, è facile che scatti l'allarme bolla. È quello che succede con la Cina: l'ex Celeste Impero ci aveva abituati fino al 2010 a ritmi di crescita a doppia cifra, ma ora il ridimensionamento del Pil (sceso all'8,5% con prospettiva di ridursi ulteriormente al 7%), l'alta inflazione, l'indice manifatturiero a quota 48 (sotto la fatidica soglia dei 50 punti che demarcano la zona recessione) suscitano interrogativi e timori che dopo il periodo di vacche grasse si debba tornare pesantemente con i piedi per terra sperimentando il cosiddetto "hard landing". Numeri alla mano, però, gli ottimisti sostengono che la Cina non solo non si trova in condizioni di crisi sistemica, ma se anche dovesse sperimentare la crisi, possiederebbe risorse sufficienti ad affrontarla.

La risposta cinese ai dubbi dell'FMI

L'ultimo istituto ad esprimere dubbi sulla sostenibilità del boom cinese è stato il Fondo Monetario Internazionale con il suo ultimo report del Financial Sector Assessment Program. Secondo gli esperti del FMI, le vulnerabilità del sistema cinese sono legate soprattutto al settore bancario e a quello immobiliare.
Preoccupazioni infondate, secondo Michael Chiu, gestore dell'Asian Regional Equity Team per ING Investment Management, che sostiene come invece il mercato equity cinese sia un'ottima possibilità di investimento. "Gli obbiettivi della Cina per i prossimi 10 anni", spiega Chiu, "sono un Pil reale dell'8%, un'inflazione al 4% e un apprezzamento del renminbi del 4%, per una crescita del Pil nominale pari al 16,8%. A questi tassi, che sono sostenibili, in 10 anni il Pil pro capite si alzerà a 9803 dollari Usa, raggiungendo i livelli di Turchia e Messico, e anche il valore delle aziende (e quindi del mercato equity) aumenterà".
Per quanto riguarda i conti pubblici, il gestore di ING mostra come il rapporto debito pubblico/pil della Cina sia al 18% (contro il 59% degli Usa) e come le riserve valutarie siano il 46% del Pil (contro l'1% degli Usa), mentre la liquidità netta, ovvero il rapporto tra debito del Paese e Pil, è del al 28%. In caso di crisi, argomenta Chiu, la Cina potrebbe arrivare ad indebitarsi fino ad incrementare questo rapporto al 50% e avere ancora 4500 miliardi di dollari Usa da utilizzare per affrontare le emergenze. "Il Paese può perfettamente permettersi di affrontare le difficoltà", conclude il gestore.
Difficoltà che comunque al momento non esistono. Chiu mostra come il rapporto loan to deposit delle banche si attesti al 66,6%, tra i più bassi al mondo, quando solo per rapporti oltre il 100% si può dire che si configuri un rischio sistemico. Inoltre, anche per quanto riguarda i prezzi degli immobili, non si può certo parlare di bolla immobiliare in atto. "E' vero che nelle prime cinque città della Cina i prezzi siano lievitati esponenzialmente, ma parliamo di un costo di circa 600 euro al metro quadro (5131 yuan), ben lontano da qualunque prezzo si paghi a Milano o a Roma. Inoltre, il loan to value dei mutui cinesi non supera il 17%, uno dei più bassi al mondo".

Le possibilità di investimento: urbanizzazione, industria e servizi

Al contrario, quella dell'urbanizzazione è un'ulteriore possibilità di investimento. "Nelle prime cinque città cinesi abita appena il 5% della popolazione totale cinese, che ammonta a 1,3 miliardi di persone", spiega Michael Chiu, "e in generale il tasso di urbanizzazione è del 47%. Nei prossimi 10 anni questo tasso salirà al 60%, quindi 200 milioni di persone si trasferiranno dalle campagne ai centri urbani".
Cosa implica questo? Innanzitutto la spinta dell'industria delle costruzioni. Poi lo sviluppo di tutti quei servizi necessari ad una città popolosa: trasporti, servizi finanziari e assicurativi, tutela dell'ambiente, tecnologia, shopping. Nel piano industriale del XI piano quinquennale è previsto che entro il 2015 il settore dei servizi raggiunga il 47% del Pil. Soprattutto lo shopping può essere un'opportunità di guadagno non indifferente, tenendo conto che la Cina fa parte dell'ASEAN, una sorta di Commonwealth composto da 10 Paesi asiatici. Chi stabilisce in uno di questi Paesi un'attività commerciale, può accedere al mercato degli altri 9.
Lo sviluppo delle imprese, inoltre, sarà sostenuto dal governo centrale cinese, che non si limiterà, secondo Chiu, ad utilizzare lo strumento dei tassi di interesse per aumentare la liquidità in circolo, ma abbasserà il coefficiente di riserva obbligatoria delle banche, e aumenterà il limite massimo di impieghi permessi, in modo che l'accesso al credito da parte dell'industria sia più facile.

In cosa la Cina può aiutare le economie sviluppate?

Viene automatico chiedere a Michael Chiu come mai un'economia potente come quella cinese, che punta a diventare la prima mondiale superando gli Stati Uniti nel 2030, non possa investire nel debito dell'Eurozona, come molti parevano auspicare fino a poco tempo fa.
"E' una cosa che non succederà nel breve termine", risponde Chiu, "perché la Cina deve già occuparsi di rilevanti questioni interne. L'unica cosa che il Paese può fare, e lo sta facendo, è mantenere un tasso di crescita sostenibile e rappresentare non un problema mondiale ma una buona opportunità per gli investitori. È il modo migliore per rispondere ai dubbi del Fondo Monetario Internazionale".
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