Choe: la stretta monetaria in Cina ha favorito le prese di profitto sull'oro

Inviato da Luca Fiore il Ven, 22/10/2010 - 19:14
L'oro nel corso della scorsa settimana è sceso del 2,56%, segnando così il primo calo settimanale degli ultimi tre mesi. Il prezzo dell'oro ha subito le pressioni del dollaro, rafforzatosi nel corso dello stesso periodo di tempo. David Choe di IG Markets nel Commodities Focus rileva che un "dollaro USA più forte comporta prezzi più cari per il metallo giallo se acquistato in altre valute, il che risulta anche in un adeguamento del prezzo per prevenire eventuali opportunità di arbitraggio".

Dopo i cali in scia del nuovo round di quantitative easing targato Fed, gli investitori hanno iniziato un processo di aggiustamento delle quotazioni perché si è fatta strada l'ipotesi che il biglietto verde è già sceso abbastanza. Come rileva Choe, l'incremento del costo del denaro in Cina "ha fatto oscillare i mercati, che hanno reagito con la vendita degli asset più rischiosi, facendo così salire il valore del dollaro". L'analista sottolinea come nella corsa verso i rifugi sicuri, all'oro sono stati preferiti altri asset poiché "un aumento dei tassi di interesse ha prodotto una domanda inferiore su un metallo che non offre alcun rendimento". La decisione cinese ha quindi favorito le prese di beneficio dopo i nuovi massimi storici.

Per Choe "l'oro potrebbe beneficiare dell'incertezza che caratterizza i risultati delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti e delle decisioni della Fed il 3 novembre". Non solo. "La banca d'Inghilterra potrebbe decidere di rivedere il suo programma di acquisto dopo la pubblicazione del report sull'inflazione del mese di novembre, e questo potrebbe significare una domanda più alta del metallo giallo da parte degli investitori inglesi". Non è da sottovalutare poi il fatto che l'oro in generale tende a registrare una performance migliore verso la fine dell'anno, in corrispondenza della domanda stagionale legata alle festività religiose.

Per quanto riguarda il rame, i cui futures sono scesi dello 0,12% nel corso della settimana in scia della stretta cinese. La Royal Bank del Canada ha osservato che il calo nel prezzo del rame è stata una reazione "impulsiva" e che l'aumento dei tassi di interesse è stato una "dimostrazione di fiducia nell'economia cinese e non dovrebbe impattare o influenzare il consumo del metallo di base nel lungo termine".

Nel lungo termine, secondo Christopher Beauchamp di IG Markets, "i fattori chiave per i mercati saranno il piano di allentamento quantitativo della Fed, che potrebbe riflettersi a favore dei prezzi dei metalli". Beauchamp sottolinea come le riserve di rame sono aumentate dello 0,2% martedì, ma le commesse sul metallo industriale sono balzate di un 14%, confermando l'argomentazione secondo cui la domanda continua comunque a superare l'offerta". A far salire i prezzi sono anche i costi di fusione, più che duplicati nel corso di due mesi, arrivando a raggiungere gli 8 centesimi a libbra.

L'analista evidenzia che "una sola e unica voce si è espressa in modo contrario sull'andamento del metallo nel corso della settimana e proviene da HSBC che ha consigliato i suoi investitori di vendere le azioni correlate strettamente al settore del rame, in seguito al rally aggressivo registrato dai prezzi del rame negli ultimi mesi".

Concludiamo con il gas naturale, che ha continuato a perdere terreno nel corso della settimana, con i futures di novembre che hanno perso il 3,6% raggiungendo così la soglia dei $3,539/MMBtu (milione di British thermal Unity). Di Gas si occupa Anthony Grech, che fa notare che martedì scorso Barclays ha rivisto in chiave peggiorativa le sue previsioni sui prezzi del gas naturale USA per i prossimi 3 tre anni, attribuendo tali previsioni alla crescente offerta, in contrasto con una domanda sempre più debole. Gli analisti della banca inglese si attendono una media dei prezzi sul gas pari a $3,94/MMBtu per l'anno successivo, ben al di sotto della stima precedente di $4,10.
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