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Caos Iran e minimi dollaro spingono prezzi di petrolio e oro, ecco le prospettive 2018 delle due maggiori commodity

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Corrono in avvio d’anno le quotazioni di petrolio e oro con gli scontri in Iran che hanno alzato il livello delle tensioni geopolitiche. L’Iran è il terzo maggiore produttore tra i paesi Opec. Le due commodity traggono vantaggio anche dai nuovi calo del dollaro, con il dollar index ai minimi a oltre tre mesi.

Il bilancio delle vittime durante i disordini in Iran è aumentato con 13 morti e 450 arresti per le proteste antigovernative. Le forze dell’ordine si sono scontrate con i manifestanti che si sono radunati in una manifestazione verso i leader del paese islamico. Il presidente statunitense Donald Trump ha colto l’occasione per attaccare il regime di Teheran. “Il grande popolo iraniano è stato represso per molti anni – ha scritto Trump su Twitter -. Sono affamati di cibo e libertà e assieme ai diritti umani la ricchezza dell’Iran è stata saccheggiata. E’ ora di cambiare”.

Il prezzo del petrolio continua ad avanzare con il futures sul Wti a ridosso di quota 61 dollari al barile (massimo intraday a 60,73 dollari) sui nuovi massimi dal giugno 2015. Sale anche il Brent che staziona a ridosso dei 67 dollari.

L’oro sale, ma occhio all’effetto valuta per investitore area euro

L’oro invece sale dello 0,21% a 1.312 dollari l’oncia. Nel 2017 il metallo prezioso ha raccolto una performance superiore al 12%. Considerando però il contemporaneo apprezzamento dell’euro contro il dollaro (+14% nel 2017) il saldo dello scorso anno per l’investitore dell’area euro che ha puntato sull’oro risulta negativo.
Per quest’anno diversi analisti ritengono che la debolezza del dollaro potrebbe confermarsi. Nel suo Outlook 2018, Generali Investments ritiene possibili nuovi allunghi della moneta unica europea contro il dollaro in scia ai dati positivi giunti dall’economia europea e alla riduzione degli acquisti di asset iniziata dalla Bce.

 

Prospettive 2018 per il petrolio

Il petrolio invece ha chiuso il 2017 con un balzo di oltre il 12%, maturato soprattutto nella seconda metà dell’anno dopo che l’Opec e la Russia hanno concordato un taglio dei livelli produttivi. Era da gennaio 2014 che i due benchmark del greggio, Wti e Brent, non aprivano l’anno sopra i 60 dollari al barile.

Oltre ai tagli produttivi, il petrolio sta trovando sostegno nella forte crescita della domanda, soprattutto dalla Cina. Le scorte statunitensi di greggio sono scese di quasi il 20 percento dai loro massimi storici toccati lo scorso marzo a testimonianza dell’aumento della domanda in atto.

Inoltre si stanno attenuando i timori di un balzo della produzione statunitense. I trivellatori statunitensi hanno mantenuto invariato il numero di impianti di perforazione a quota 747, secondo quanto riferito da Baker Hughes. Ric Spooner, analista di CMC Markets, ritiene che il consensus si stia spostando verso un aumento della produzione di shale oil negli Stati Uniti quest’anno meno significativo di quanto previsto.