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Cambiamento climatico: la spinta verso un’economia carbon-free può venire dagli investitori

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Dopo l’annuncio (lo scorso venerdì 15 gennaio) di Barack Obama di sospendere le concessioni di nuove licenze per l’estrazione del carbone sui terreni pubblici, e a poche settimane dal COP21 (la storica conferenza sul clima che si è tenuta a Parigi a dicembre) è in aumento il numero di investitori che si sta attrezzando al passaggio verso un’economia a bassa emissione di carbonio prendendo sul serio il tema del cambiamento climatico. Come? Attraverso diverse iniziative, come per esempio l’investimento in green bond, e la de-carbonizzazione dei portafogli, da attuare tramite il disinvestimento dal carbone o l’impegno attivo da parte degli azionisti. “I primi impegni – spiega Ophélie Mortier, coordinatrice degli Investimenti Responsabili presso Petercam IAM – sono arrivati dagli investitori che applicano criteri etici e sostenibili, seguiti dalle principali banche d’investimento e dalle compagnie di assicurazioni, sempre più pressate dalla società civile per il ruolo che il mondo della finanza dovrebbe avere su questo grande tema”. Anche le ong (organizzazioni non governative) stanno facendo pressing sugli investitori per un sostanziale disinvestimento dai combustibili fossili e non esitano a colpire la reputazione di banche e compagnie assicurative. Queste ultime, in particolare, in virtù degli enormi patrimoni gestiti, hanno la leva necessaria per una transizione verso un’energia sostenibile.

Usa pronta per un’economia carbon-free

Per gli investitori l’annuncio di Obama è il segnale decisivo per una revisione dei portafogli: “Nonostante il senato americano (a maggioranza repubblicana) abbia detto no al programma sul cambiamento climatico del presidente Obama, a livello globale l’impegno sul tema è certamente dominato dagli investitori a stelle e strisce, che hanno masse in gestione tra le più elevate”, afferma Mortier. Che spiega come accanto alle congregazioni religiose e alle fondazioni, i grandi e influenti fondi pensione (per esempio Calpers o Calstrs) si sono impegnati a partecipare al processo di transizione. Secondo l’ultima ricerca di Novethic, 381 investitori statunitensi si sono impegnati nella de-carbonizzazione dei loro asset (più di 9mila miliardi di euro), più del doppio rispetto agli investitori del Regno Unito (125 investitori che rappresentano più di 5mila miliardi di euro) e molti più della Francia (26, con circa 4mila miliardi di euro) o della Germania (12 investitori). “In seguito a questa pressione – dice Mortier – le più importanti società di oil&gas hanno dovuto valutare e comunicare la loro esposizione ai rischi legati alle emissioni di anidride carbonica e rendere pubblici i programmi e le politiche sul cambiamento climatico, nonché il loro ruolo nella transizione verso un’energia sostenibile. Gli incontri degli azionisti di BP o Shell sono esempi chiari di questa crescente pressione”.

Il fondo apripista

La società civile sta poi esercitando pressione sui maggiori attori economici. Il Fondo Pensione del Governo Norvegese, il più grande fondo statale del mondo con oltre 800 miliardi di dollari gestiti, è stato costretto dalla società civile ad adottare una strategia che ha l’obiettivo di ridurre l’impatto delle emissioni di anidride carbonica. Per raggiungere tale scopo ha adottato approcci differenti. Il Fondo ha annunciato il disinvestimento da 22 importanti società che emettono CO2. La scorsa estate, è stato costretto anche ad uscire dagli investimenti sul carbone, cioè ha escluso dal portafoglio le imprese che hanno almeno il 30% dei loro profitti legati al carbone. Infine, il Fondo si è impegnato a investire l’equivalente di 5,5 miliardi di euro nei cosiddetti investimenti green.  “È troppo presto per valutare l’impatto concreto di tutti questi annunci a livello globale e per capire chi ha solo fatto annunci e chi ha anche agito. Nonostante tutto, il rischio reputazionale è così alto che dovrebbe costringere gli investitori a comportarsi coerentemente con le proprie dichiarazioni”, dice Mortier. Che sottolinea come gran parte degli investitori impegnati in questa causa provenga da Paesi dove le autorità sono più riluttanti ad agire, come il Canada e l’Australia. “Possiamo perciò sperare che, alla fine, gli investitori costringeranno i loro governi a procedere, poiché le emissioni di anidride carbonica non sono soltanto un rischio per l’ambiente, ma anche per l’economia“, conclude Mortier.