Cambi: Warren Buffett perde la sua scommessa contro il dollaro

Inviato da Redazione il Mer, 09/11/2005 - 10:43
Attualmente, gli Stati Uniti rappresentano il 20% del Prodotto interno lordo planetario ma ricevono il 75% del risparmio accumulato nel mondo. Il differenziale tra i tassi Usa e quelli europei sta facendo lievitare le quotazioni del dollaro. Il biglietto verde è tornato sui livelli più alti degli ultimi diciotto mesi. Nel frattempo, il magnate Warren Buffett.

Dopo aver toccato un livello massimo di 1,3666 dollari il 30 dicembre del 2004, la valuta unica europea ha subito una progressiva svalutazione nei confronti del biglietto verde. Da allora, e fino al raggiungimento del cambio a 1,1721, la divisa europea ha lasciato sul terreno più del 14% del suo valore e si è collocata sui livelli più bassi degli ultimi diciotto mesi. E' necessario risalire al 26 aprile del 2004 per incontrare una quotazione ancor più bassa.

Secondo la maggior parte degli esperti, le oscillazioni di breve termine del mercato dei cambi stanno risentendo dell'allargamento del gap tra i rendimenti dei titoli di stato dell'area euro rispetto ai Treasury bond emessi dal Tesoro Usa. Il differenziale tra i tassi di interesse praticati sulle due sponde settentrionali dell'Atlantico ha subito un progressivo ampliamento a causa dell'adozione di una politica monetaria restrittiva da parte della Federal Reserve.

I continui rialzi operati dalla Banca Centrale statunitense avrebbero innalzato il livello di attrazione degli investimenti in titoli denominati nella valuta statunitense, generando un flusso di capitali verso New York. Non vi è dubbio che non è questo il movimento atteso dalla maggior parte degli esperti e dei money manager. Questi ultimi avevano puntato su un ulteriore svalutazione del biglietto verde, causata dal continuo peggioramento del deficit commerciale statunitense ( e sulla conseguente necessità di finanziare tale deficit con un dollaro più debole).

Warren Buffett, il magnate presidente della società Berkshire Hathaway, ha scommesso contro la divisa nordamericana, sperando in un trend contrario a quello che ha avuto luogo. Nel 2005, l'imprecisione è costata a Buffett più di 900 milioni di dollari (circa 769 milioni di euro). Lo scorso 4 novembre Buffett ha annunciato in un comunicato di aver optato per una riduzione della posizione per un ammontare corrispondente a circa 16.500 milioni di dollari in settembre (rispetto ai 21.500 milioni detenuti in giugno).

Ma quali sono i fattori che incidono sul mercato delle divise?
In primis, i tassi di interesse. Il costo del denaro incide direttamente sulle divise, aumentando la capacità di attrazione di una moneta quando salgono e facendole calare quando scendono.
In secondo luogo il flusso dei capitali. Una conseguenza diretta della crescita dei tassi di interesse risiede nella crescita dei flussi di capitali indirizzati verso gli strumenti denominati nella valuta interessata. Attualmente, gli Stati Uniti rappresentano il 20% del Prodotto interno lordo planetario ma ricevono il 75% del risparmio accumulato nel mondo.

Terzo elemento: il deficit commerciale. Venerdì prossimo si conoscerà il dato relativo alla bilancia commerciale Usa. Lo squilibrio della bilancia ha alimentato le scommesse di numerosi investitori contro il biglietto verde (speranzosi di assistere ad un ulteriore indebolimento del biglietto verde per finanziare tale deficit).
Infine, la forza dell'economia. Un'economia forte è quasi sempre sinonimo di una divisa forte. Questa variabile spiega in parte il perché della forza del dollaro rispetto all'euro. Con un'economia debole, l'euro non ha potuto far altro che ripiegare.

Nella lotta tra le variabili economiche per esercitare un'influenza sul mercato dei cambi, la forza dell'economia Usa sembra aver avuto la meglio (per ora) sulle preoccupazioni derivanti dal continuo peggioramento dei deficit. In siffatto contesto, il differenziale tra i tassi ha convinto gli investitori a puntare nuovamente sul dollaro. Un eventuale rallentamento dell'economia Usa o una ripresa della crescita o dei tassi di interesse in Europa, potrebbero riportare l'attenzione sui problemi macro degli Usa. A cura di www.fondionline.it


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