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C’era una volta in America …

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All’indomani del nuovo accordo tra Cipro e Unione Europea, Olivier Beffy, Chief Economist – Exane BNP Paribas analizza l’attuale situazione macro-economica che caratterizza il globo. A prescindere dai termini dell’accordo varato a Cipro, per l’esperto è infatti possibile esprimere alcune considerazioni generali sul quadro congiunturale.

Innanzitutto va sottolineato che i mercati sono stati piuttosto resistenti alle negative notizie politiche europee mentre lo scorso anno sarebbero crollati. Tale situazione mostra il potente impatto che la comunicazione di Draghi ha avuto sugli investitori nel cui radar non vi è più lo scenario di break up della zona Euro. Va, inoltre, evidenziato che il caso cipriota sottolinea la difficoltà di scindere la situazione delle banche da quella della solvibilità dei rispettivi governi. Infine, è chiaro che i paesi europei faranno tutto il possibile per ridurre, in futuro, il costo di ristrutturazione del debito a carico del contributore europeo.

Traslando tali considerazioni ai problemi europei, le conseguenze appaiono immediate. Per quanto riguarda la crisi del debito pubblico, ciò implica che i rischi di una ristrutturazione dura sono ancora presenti. Mentre per quanto riguarda l’Unione Bancaria, appare evidente che il costo della ricapitalizzazione delle banche spagnole o irlandesi non dovrà essere mutualizzato a livello europeo. Per quanto tale tema non sia attualmente prioritario per i mercati, i dettagli più delicati sull’Unione Bancaria dovrebbero essere discussi dopo le elezioni tedesche di settembre.

Inoltre, seppur ancora convinti del leggero miglioramento nel breve termine delle condizioni economiche in Europa, non riteniamo che l’attività economica del Vecchio Continente possa diventare più forte nel medio termine. In particolare, la Francia rappresenta sempre più una fonte di timori per gli investitori. Dopo un calo relativamente debole del PIL al Q4 2012, l’economica gallica dovrebbe registrare segni di stagnazione quest’anno. E in effetti le PMI francesi non appaiono particolarmente dinamiche ma le analisi sulle prospettive, dati migliori per stimare l’andamento economico, non mostrano segni di cedimento.

Tuttavia la Francia è l’unico paese della zona Euro con un elevato deficit corrente che mostra ulteriori segni di peggioramento (se si vuole considerare l’Europa nel suo insieme, il Regno Unito è l’altro paese che si trova in tale situazione). Ciò indica che l’economia francese continua a perdere terreno sulla guerra commerciale in una fase in cui la domanda domestica si sta indebolendo. Non è certo una novità e il basso costo del capitale rappresenta ancora un vantaggio in termini di costo – competitività in seno alla zona Euro. Ma il governo non sta promuovendo una politica tale da invertire un trend che non lascia presagire nulla di buono nei prossimi anni.

Tenuto conto dei problemi che stanno interessando nuovamente l’Europa e i timori sulla forza della ripresa in Cina, sembra che il mondo sia ancora una volta dipendente dagli Stati Uniti ed in particolare dalla Fed. Dopo l’ultimo FOMC, la maggior parte degli operatori di mercato condivide la nostra view sul termine del programma di QE nel primo semestre del 2014. La banca centrale americana dovrebbe, tuttavia, ridurre il ritmo degli acquisti di asset sin dall’ultimo trimestre dell’anno in corso.

Per quanto riguarda l’economia americana, non condividiamo la view del consensus in merito ad un’accelerazione del ritmo di crescita nel secondo semestre. Riteniamo, invece, che l’economia a stelle e a strisce dovrebbe rallentare a causa degli effetti, spostati nel tempo, dell’impatto dei tagli al bilancio. Tuttavia, i tagli di produttività potrebbe restare bassi nei prossimi trimestri rendendo possibile un miglioramento del mercato del lavoro. Dato che la Fed sembra concentrarsi più sul tasso di disoccupazione che sulla crescita, tale situazione potrebbe essere sufficiente per ridurre il QE verso fine anno.

Il mondo è, dunque, più dipendente rispetto al passato dagli USA. E se 10 anni fa Bernanke avrebbe avuto un ampio margine di manovra per modulare la politica monetaria in un momento ottimale, oggi il rischio di errore è maggiore dato che una scelta anticipata potrebbe portare l’economia americana in recessione mentre una troppo tardiva potrebbe spingere al rialzo le stime sull’inflazione. Ed è proprio per tali motivi che riteniamo che la visibilità macro-economica dovrebbe ridursi nel secondo semestre”.