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Buffett potrebbe pescare al laghetto delle aziende italiane

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Se Warren E. Buffett non fosse considerato una sorta di guru degli investimenti, uno che spesso e volentieri quando apre bocca muove il mercato, non sarebbe apostrofato come “l’oracolo di Omaha”. E invece è proprio così e la cosa spiega anche perché ieri sera, in occasione della tappa milanese, l’ultima cioè del suo tour durato quattro giorni in giro per l’Europa proprio al fine di individuare delle potenziali prede per il portafoglio della “sua” Berkshire Hathaway, la saletta dell’hotel che ha ospitato l’evento era colma di persone all’inverosimile. Tutti lì per lui, per sentirlo parlare di come, alla veneranda età di 77 anni, trascorre il suo tempo, delle cose che gli piace fare, delle persone che ama avere intorno. Dai suoi discorsi emerge un filo conduttore: la passione per la vita in generale e per il suo lavoro in particolare. La stessa passione che, come affermato ieri rispondendo alla domanda di uno studente Mba, deve riscontrare in un manager affinché questi possa entrare a far parte del suo gruppo, inteso come una sorta di grande famiglia (che, giusto per fornire qualche cifra, capitalizza all’incirca 200 miliardi di dollari).


Entrando nel vivo dell’aspetto finanziario dell’incontro, se è vero che Buffett sembra interessato all’investimento in imprese del Vecchio continente (“Sarei dovuto entrare su questo mercato qualche anno fa, ma meglio tardi che mai”), appare altrettanto vero che le possibili operazioni non si concretizzeranno nel breve termine. Ciò non esclude però che qualche società italiana possa entrare a fare parte della sua orbita: “L’Italia è un paese grande, in cui mi trovo a mio agio e che può vantare grandi esempi di casi aziendali a conduzione familiare. E’ una sorta di laghetto dove si possono pescare ottimi pesciolini. Certo, sarà da vedere se nei prossimi 10-20 o addirittura 30 anni queste società vorranno entrare a fare parte del nostro gruppo”. Le possibili barriere normative-culturali potrebbero costituire un problema? Si direbbe proprio di no: “Ogni volta che investo fuori dagli Stati Uniti non sempre ho una conoscenza approfondita del quadro fiscale, normativo e culturale, ma l’importante è che io mi senta a mio agio. Quanto basta per potere investire con successo già credo di saperlo”.

Buffett ha poi speso parole su due degli argomenti che animano maggiormente i dibattiti economico-finanziari: l’impennata delle quotazioni del petrolio e la continua espansione dei cosiddetti fondi sovrani. Sul primo punto, l’oracolo di Omaha ha affermato che il forte rialzo del prezzo del greggio “può costituire una minaccia più che altro per la società ma non tanto per le nostre scelte di investimento nelle aziende”. Anzi, Buffett, con una nota di rammarico, ha detto: “Magari tempo fa avessi puntato di più sui titoli delle società dell’area oil!”. Circa i fondi sovrani, per Buffett è “impossibile arrestarne l’espansione, anche perché in parte è legata al forte deficit delle partire correnti degli Stati Uniti, che importano più di quanto esportino”.