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Brexit o Bremain? I produttori di vino italiano tremano. E non solo loro..

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Mancano oramai meno di 48 ore e finalmente sapremo che fine avrà fatto il tormentone Brexit. Risultati che se dovessero decretare la vittoria del fronte  favorevole all’uscita degli UK dall’Ue avrebbero ripercussioni significative sul Regno Unito, ma non solo.
Secondo molti analisti turbolenze altrettanto importanti si registrerebbero su scala globale e in particolare in Europa, Italia in primis. 

Secondo uno studio effettuato da Nomisma che analizza gli effetti del Brexit sull’Italia a livello settoriale e regionale, preparata da Andrea Goldstein, Managing Director e Luca Incipini Junior Consultant, il Regno Unito pesa per il 5,4% dell’export a livello Italia, quasi interamente composto da prodotti del comparto manifatturiero. 

“L‘uscita del Regno Unito dall’UE non sarebbe un evento apocalittico, ma nel breve periodo lo scossone all’economia non sarebbe indifferente. Con ricadute anche in Italia, soprattutto in certe regioni e settori che risultano più dipendenti dal commercio con Londra.”

L’analisi sui singoli comparti vede un peso marginale (0,2%) del tabacco, mentre il picco pari al 13% viene raggiunto delle bevande alcoliche (principalmente vino) e del 10% dei mobili, che rimangono quindi i settori più esposti al rischio Brexit.

A livello territoriale la Basilicata risulta essere la regione più esposta – 16% del totale. “La spiegazione è facile, precisano da Nomisma. Le Jeep Renegade e 500X che escono dallo stabilimento di Melfi“. Con un’esposizione verso gli UK superiore al 10% dell’export globale troviamo anche il manifatturiero dell’Abruzzo (10,6% per €778 mln) e l’agricoltura e la pesca della Campania (12,6% e €55 mln).
 
La bilancia dei servizi analizza anche i flussi legati al turismo.
Il Regno Unito occupa la quarta posizione tra i mercati di provenienza (dato del 2014 con 3,1 milioni di arrivi e 11,9 milioni di presenze). Molto gettonata la Valle d’Aosta, dove la clientela britannica pesa per il 6 % di tutti gli arrivi e il 25% di quelli dall’estero. 
Per spesa giornaliera pro capite i britannici sono tra gli europei comunitari quelli che spendono di più toccando quota 123 euro a persona. “Con il Brexit non cambierebbero le condizioni d’ingresso in Italia, ma il potere d’acquisto dei turisti britannici potrebbe soffrirne, a maggior ragione se alla probabile recessione si accompagnasse un deprezzamento della sterlina”.

Lo studio analizza anche i flussi migratori, che offrono un’altra prospettiva dei legami economici internazionali. Secondo l’Aire gli italiani nel Regno Unito sono 210 mila, un po’ di più secondo i registri consolari, probabilmente più del doppio se si considera che molti connazionali neppure si iscrivono. La propensione ad emigrare a Londra e dintorni varia tra i principali comuni – il Regno Unito attrae milanesi e bolognesi (rispettivamente 12% e 11% degli iscritti Aire), molto meno i romani (5%).