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Brexit o Bremain: Affluenza attesa, impatto politico sul governo UK e ripercussioni sui mercati finanziari

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Nel weekend successivo al crollo delle Borse (10 giugno), che ha visto una rimonta del fronte Brexit (l’Economist ha annunciato che cinque degli otto maggiori istituti di sondaggi pronosticano una vittoria dell’uscita dall’Ue), i mercati sono definitivamente entrati in fase di fibrillazione acuta. Gli analisti non retrocedono e suonano lo stesso spartito dei leader politici e degli economisti, che hanno da tempo messo in guardia l’elettorato britannico sui costi legati alla Brexit, tra i quali l’incertezza sugli accordi commerciali attuali e futuri, l’impatto sulle politiche in atto nell’Ue e persino la possibilità di condizioni svantaggiose dopo le inevitabili rinegoziazioni. Lo stesso ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble è volato a Londra per fare campagna a favore del fronte “Remain”. “La campagna per l’uscita dall’Unione Europea, analizzando le sole componenti economiche, sembra perdente, almeno per ora”, conferma Neil Dwane, Global Strategist di AllianzGI. Che aggiunge: “Sconfitti sul terreno dell’economia, i fautori della Brexit stanno spostando l’attenzione su temi caldi come immigrazione, responsabilità politica e burocrazia“.
Immigrazione e astensionisti
E proprio l’immigrazione potrebbe rivelarsi la più potente arma anti-UE, tanto più che alcuni influenti media britannici puntano sul legame fra libera circolazione delle persone nell’Unione e crisi dei rifugiati mediorientali. “Gli euroscettici hanno “puntato il dito” sul fallimento delle politiche pubbliche, che non sono riuscite ad arginare né l’immigrazione né i timori sul numero di rifugiati che entrano in Gran Bretagna“, commenta Dwane. Con questo potente argomento il fronte Remain cercherà di conquistare il partito degli astensionisti, vero ago della bilancia di questa consultazione. Nel 1975, ricorda Dwane, il 64% dell’elettorato ha votato per l’entrata della Gran Bretagna nel mercato comune europeo. Se è vero che allora la posta in gioco per i sudditi britannici era meno rilevante, sarebbe davvero ottimistico aspettarsi un tasso di partecipazione più elevato questa volta. “Il referendum del 23 giugno sarà a mio parere molto sensibile sia al numero assoluto che ai gruppi di età dei votanti – dice lo strategist – Il fatto che gli elettori più anziani siano più propensi a votare, e molto probabilmente a votare per l’uscita dall’UE, potrebbe rivelarsi un fattore decisivo“. Secondo una simulazione, con un tasso di partecipazione del 64% il referendum dovrebbe concludersi con il 53% di voti a favore della permanenza nell’UE, mentre un tasso di partecipazione di appena il 60% potrebbe ribaltare l’esito della consultazione, con un 51% di voti per la Brexit.
 
Terremoto politico
 
Indipendentemente dall’esito finale del referendum, è ormai chiaro che il Partito Conservatore al governo ne uscirà profondamente spaccato. “Anche se il Regno Unito dovesse rimanere nell’UE, il governo potrebbe attraversare un periodo di incertezza e vulnerabilità – è l’opinione di Dwane – Se invece i sudditi britannici sceglieranno la Brexit, il Paese sarà soggetto a una forte instabilità politica. E uno dei principali problemi interni sarà il rinnovato dibattito sull’indipendenza scozzese, se i sondaggi hanno ragione nel prevedere che l’elettorato locale voterà per restare nell’UE“. In altre parole, la Brexit potrebbe richiedere un nuovo Premier, un nuovo Cancelliere, e forse anche nuove elezioni. Allo stesso tempo, però, il Regno Unito avrà bisogno di un gruppo di politici esperti in grado di negoziare l’uscita dall’Unione. “Tale passaggio potrebbe rivelarsi un processo lungo ed estremamente complesso, una situazione in grado di alimentare forti tensioni e incertezze nella macchina economico-politica del Regno Unito”, è il commento di Dwane.
 
La Brexit fa bene all’export
 
È opinione comune infine che gli asset del Regno Unito risentirebbero di una vittoria della Brexit e che il 24 giugno (successivo alla consultazione referendaria) la volatilità e gli scambi sui mercati potrebbero essere simili a quelli osservati nel 1992, quando la sterlina uscì dal meccanismo di cambio. “Se vincesse la Brexit – dice Dwane – assisteremmo a uno storno generale dei mercati azionari e obbligazionari e della valuta del Regno Unito. E paradossalmente gli asset britannici “in saldo” una settimana dopo un voto pro-Brexit potrebbero rappresentare un’interessante opportunità di lungo termine“. D’altro canto gli asset del Regno Unito hanno riportato modeste performance sin da inizio anno e hanno già in parte scontato lo spauracchio Brexit. Secondo lo strategist di Allianz diversa sarebbe la posizione delle grandi imprese esportatrici, che nel tempo beneficerebbero dei fattori legati a una valuta più debole. “La sottoperformance del FTSE100 contro il FTSE MID250 potrebbe subire una decisa correzione – spiega Dwane – La vittoria degli europeisti, al contrario, potrebbe far risalire le valutazioni delle società attive sul settore domestico“. Infine, se una sterlina più debole può alimentare i timori di inflazione nel Regno Unito, una significativa flessione dei titoli azionari avrebbe ripercussioni negative sul debito corporate. “Le due asset class sono strettamente correlate, anche se il programma di quantitative easing della BCE sta alimentando l’ampliamento degli spread”, conclude Dwane.