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Brexit: Cresce la pressione sulle banche britanniche. E non solo

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Le banche sono state duramente colpite dalla decisione della Gran Bretagna di lasciare l’Unione Europea: lunedì mattina i titoli di Royal Bank of Scotland e Barclays sono stati temporaneamente sospesi, e il fatto che martedì il mercato si sia mostrato più stabile con i titoli finanziari tra i principali beneficiari, ha solo enfatizzato il fatto che la volatilità è ormai una costante. Ma quale sarà l’effetto della Brexit sul settore bancario britannico? “A febbraio avevamo già trattato il problema relativo alle entrate che, anno dopo anno, ha portato a revisioni al ribasso dei profitti delle banche inglesi ed europee – spiega Ed Booth, Global Banks Analyst del team azionario di M&G Investments – La Brexit peggiora solo la questione: in Gran Bretagna, la moderata crescita dei prestiti non si è rivelata sufficiente a soddisfare le stime degli analisti, ed è probabile che ora questa crescita svanirà, provocando un rallentamento degli investimenti da parte delle imprese, insieme a un irrigidimento dei criteri di sottoscrizione, per esempio, nella concessione dei mutui“. Le potenziali modifiche ai costi di finanziamento e sui tassi di interesse potrebbero aggravare ulteriormente tale pressione.  Storicamente, secondo Booth, i costi si sono mantenuti stabili, per cui l’impatto di una leva operativa di entrate più basse è significativo per gli utili per azione, ancora prima di ulteriori questioni sulle implicazioni della Brexit. Come spiega l’analista, in Europa il problema dei ricavi per le banche è simile, con i tassi di interesse che sono molto più importanti data la scarsa crescita dei prestiti: meno dell’1% lo scorso anno.

Riduzione degli investimenti
In questi primi giorni la questione si sta rapidamente concentrando sull’eventualità di una recessione della Gran Bretagna generata dal rallentamento degli investimenti da parte delle imprese e sull’entità di tale recessione. Non solo in termini di prospettive per i tassi di interesse e per la questione delle entrate, bensì in termini di crediti svalutati. “Le banche inglesi presentano un’alta leva a operativa anche per un contesto di lieve recessione, soprattutto se ciò portasse a un reale aumento della disoccupazione – dice Booth – I mercati non sanno come potrebbe essere una recessione causata dalla diminuzione degli investimenti da parte delle imprese. Le circostanze sono insolite e pertanto le previsioni sulla disoccupazione sono piuttosto incerte”.

Leva operativa
Booth ha analizzato la leva operativa delle entrate e dei crediti svalutati delle banche inglesi, per concludere che non si tratta di un quadro positivo per nessuna di loro.  “Un calo del 3% della crescita dei prestiti e un aumento del 50% degli impairment (le perdite di valore delle attività iscritte in bilancio) dai livelli attuali, ridurrebbe del 20% i profitti pre-tasse del settore bancario in UK“, spiega Booth. Che però aggiunge: “Lo stress test fatto nel 2015 mostra che il capitale delle banche britanniche è in grado di resistere a un clima molto più difficile di quanto si possa verificare: infatti, sia il capitale che la liquidità sono molto più solidi rispetto al 2008 e chiaramente più resistenti da un punto di vista sistemico“. Ma, conclude Booth, i risultati di questi stress test – e gli scenari delineati dal Tesoro britannico nell’eventualità della Brexit –  renderanno probabilmente ancora difficile per gli investitori azionari guardare ‘al di là della valle’ e interessarsi a questo settore, almeno finché non avranno un’idea ragionevole di quanto sia profonda la valle. “E siamo lontani dal saperlo oggi”, conclude Booth.