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Borse prudenti, non si ferma Fiat. Per gli analisti il sì al referendum porterà molti vantaggi

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Gli investitori in una seduta orfana di Wall Street stanno sposando un atteggiamento cauto, nell’attesa di conoscere l’esito delle nuove trimestrali in arrivo. Mentre serpeggiano dubbi sulla crescita della Cina.  A Milano le prese di beneficio colpiscono le azioni delle banche. “La scorsa settimana sono rimbalzate troppo e troppo in fretta”, commentano in coro gli operatori. Così Ubi arretra del 2,17% a 6,98 euro, Unicredit dello 0,76% a 1,70 euro e Mediobanca dello 0,90% a 7,15 euro. Ed ancora Intesa Sanpaolo cede l’1,22% a 2,217, Bpm l’1,30% a 2,84 euro. Banco Popolare accusa una flessione del 3,73% a 2,32 euro, nel giorno in cui è iniziato l’aumento di capitale da due miliardi, che terminerà il prossimo 11 febbraio.


Chi non conosce la parola stop è Fiat: da inizio anno entrambi i titoli del Lingotto hanno registrato un rialzo del 15% rispetto alla vecchia Fiat che raggruppava tutti i business. Anche oggi Fiat si porta in rialzo dell’1,19% a 8,08 euro ma sotto i massimi dell’apertura a 8,18 euro, dopo il via libera all’accordo per lo stabilimento di Mirafiori, sancito con la vittoria dei sì al referendum di Mirafiori, Fiat Industrial segna un +1,98% a 9,76 euro. Sono stati giorni intensi al Lingotto: al referendum di Mirafiori, che ha diviso Torino, sono stati pochi gli assenteisti: ha votato circa il 96,1% dei 5.500 lavoratori dello stabilimento torinese.

Hanno votato sì il 54% dei lavoratori, ma escludendo il voto degli impiegati, che di fatto non sono interessati ai cambiamenti richiesti alle tute blu, il margine dei favorevoli è limitato a 9 voti. Tra gli analisti oggi c’è chi sottolinea la vittoria di misura, chi si domanda se il metodo Marchionne stia davvero prendendo piede all’ombra della Mole. Sull’argomento si sofferma il Financial Times, riproponendo la dicotomia su Marchionne, “lodato a Motown (Detroit, ndr) ma sotto esame a Torino”. Secondo il quotidiano economico-finanziario britannico, il manager italo-canadese che guida sia Fiat sia Chrysler, viene apostrofato come un capitalista rapace dai dirigenti sindacali italiani per la riforma del lavoro che vuole introdurre in Fiat, mentre gli americani lo indicano come un eroe che ha portato nuova vita in Chrysler. Lasciando da parte il gossip non avevano dubbi sul verdetto del referendum gli esperti di Centrosim, che lo definiscono un esito atteso, “anche se decisamente al di sotto di quello di Pomigliano, dove la scorsa estate i sì avevano ottenuto il 63% e i no si erano fermati al 36%”.


“Risolta la questione Mirafiori, ora da Marchionne ci si aspetta una dettagliata disclosure su Progetto Italia, circa 20 miliardi di euro di investimenti negli stabilimenti italiani del gruppo per il rilancio definitivo della produzione domestica di Fiat”, rilanciano la sfida questi esperti. Secondo Unicredit il sì strappato al fotofinish ha assunto molteplici significati. “Fiat andrà avanti con il suo piano di investimento da un miliardo di euro a Mirafiori, dove verranno realizzati nuovi modelli sulla piattaforma C-evo, otterrà una flessibilità maggiore nelle condizioni del lavoro, specialmente nel caso di picchi della produzione, con una maggiore apertura sui turni, con l’obiettivo di ridurre la media del livello di assenteismo”, spiegano a Piazza Cordusio.


“Dall’altro lato”, osservano nel report, “l’alto numero di votanti no, più alto delle attese, spingerà ad un approccio prudente nell’implementazione dei nuovi cambiamenti, per evitare frizioni tra gli operai”. Ma ad ogni modo a detta del broker la vittoria dei sì è un elemento positivo per Fiat, che permette al Lingotto di poter contare su una maggiore flessibilità sul fronte produttivo e di evitare ritardi nel lancio di nuovi modelli. Anche un altro esperto ritiene che la realizzazione del piano Fabbrica Italia sia un prerequisito per un recupero della redditività di Fiat in Europa nonché che potrebbe aprire la strada ad accordi di partnership.

 

“Anche se attesa, questa mossa è chiaramente positiva, per la produttività di Fiat in Italia, che è a minimi record, anche rispetto ad altri mercati di massa, che devono affrontare un eccesso di capacità produttiva”, si legge in una altra nota, dove viene confermato il giudizio positivo sul titolo. “Le possibilità che la produttività in Italia raggiunga il break-even è aumentata in modo significativo e potrebbe aggiungere 1 euro per azione alla nostra valutazione base, non 2 euro previsti nel caso in cui Fiat avesse spostato la produzione in Europa dell’Est”.