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Borse asiatiche sui massimi, ma attenzione agli scossoni

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Sono in piena corsa i principali indici azionari dell’area asiatica, molti dei quali hanno aperto l’ ottava toccando nuovi record storici come nel caso dello Straight Times di Singapore poco sopra i 3.145 punti, dell’Hang Seng di Hong Kong a 20.772, o dell’indonesiano Composite index a 1.817. Altri listini si mantengono su livelli elevati mancanti da qualche anno come l’indice di Taiwan (Tsec) tornato sopra quota 7.800, persa nel 2000, o l’indice malese Klse capace di superare i massimi del 2000 per portarsi sui livelli del 1997. Per quanto riguarda le maggiori economie dell’area livelli storici anche per lo Shanghai composite, in forte crescita dal giugno dello scorso anno, e per l’indiano Sensex, mentre in Giappone il Nikkei sembra essere pronto a dimenticare un grigio 2006 del quale ha raggiunto i massimi.


Non è tutto oro ciò che luccica però visto che il recupero dell’ultima settimana ha fatto seguito a un esordio nel nuovo anno con qualche incertezza, derivata direttamente dall’andamento del mercato delle materie prime che rappresentano una consistente fetta delle economie di molti di questi Paesi e dai timori di un rallentamento troppo marcato negli Stati Uniti d’America. La prudenza è dunque d’obbligo su mercati che vengono da performance fuori dell’ordinario negli ultimi anni e che potrebbero rallentare il loro ritmo di crescita che rimarrebbe in ogni caso molto elevato. Il problema in effetti non sta qui ma piuttosto nel rischio di improvvise correzioni in mercati caratterizzati da una volatilità elevata, correzioni che potrebbero generarsi se da parte americana arrivassero notizie particolarmente negative sulle prospettive economiche. Esiste inoltre un secondo rischio del quale tenere conto, legato alle politiche di restrizione monetaria intraprese dalle banche centrali mondiali.

La Bce ritoccherà i tassi almeno fino al 4% mentre la Federal Reserve ha raggiunto il picco e attende dai dato macro indicazioni per decidere un eventuale taglio. Tassi in rialzo sono previsti anche in Giappone sebbene finora la Bank of Japan abbia ceduto (pur non ammettendolo) alle pressioni del governo per mantenere i tassi allo 0,25% in maniera da stimolare l’economia del Sol Levante e soprattutto gli stagnanti consumi interni. Con l’adozione di politiche restrittive, o meno espansive, da parte degli istituti centrali, è prevedibile una riduzione dell’abbondante liquidità presente sui mercati finanziari, quella stessa liquidità che in cerca dei rendimenti più elevati si è riversata abbondantemente anche laddove il rischio era maggiore e che ha perciò avuto parte importante nella crescita dei listini dell’area.


Un discorso a parte va fatto naturalmente per il Giappone, non includibile nel novero dei Paesi emergenti. Il sondaggio mensile condotto da Morningstar tra le principali società di gestione fondi operanti sul territorio italiano, ha evidenziato la crescita delle preferenze per il listino nipponico. Il 66,6% dei gestori contattati si sono dichiarati ottimisti sul fututo del Tokyo stock exchange mentre l’83% degli intervistati è convinto che il listino nipponico salirà nei prossimi sei mesi. Dimezzati, rispetto all’ultimo sondaggio del 2006, i pessimisti. Anche il Giappone soffrirebbe di eventuali rallentamenti troppo marcati da parte degli Stati Uniti, rischio per il momento non palesatosi, ma il principale problema dell’economia del Sol Levante risiede nei consumi interni che stentano a prendere con decisione le redini della crescita economica. Le famiglie giapponesi non consumano abbastanza e gli ultimi dati macroeconomici rilevati non sembrano aver cambiato il panorama. Il 55% dei cittadini giapponesi è pessimista sul proprio futuro.