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La Borsa di Ankara ha perso il 20% da inizio anno. Gli analisti sperano in una ripartenza dopo le elezioni di novembre

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Sembrano passati secoli da quando esperti e analisti vedevano nella Turchia, la cui economia cresceva a ritmi impensabili per le economie occidentali (+5% di incremento medio annuo del Pil nel decennio 2002-2011, +9% solo nel biennio 2010-2011), uno dei Paesi più interessanti della categoria emerging, certamente un asset strategico nei portafogli dedicati alle nuove economie, nonché fonte di ispirazione per un certo numero di Paesi in via di sviluppo, in particolare, ma non solo, nel mondo musulmano. Gli esperti in coro elogiavano la strada compiuta dalla Turchia con il leader Erdogan che puntava a fare di Ankara una delle prime dieci economie al mondo entro il 2023. Ma le difficoltà interne innescate dall’instabilità politica, dalle proteste di piazza, dalla questione curda e soprattutto le crescenti tensioni provenienti da Siria e Iraq hanno appesantito lo scenario. Eppure il Pil turco, che ha subito flessioni dal 2012, a sorpresa è cresciuto del 2,3% su base annua nel primo trimestre, ben oltre l’1,6% del consensus di Reuters. Che cosa pensare quindi di questo Paese eternamente in bilico tra oriente e occidente?

Una palestra per le imprese
La Turchia è innanzitutto un Paese di rilevanza strategica per l’export italiano ed europeo. Le vendite del Made in Italy verso Ankara, come spiega un Rapporto Sace diffuso in giornata, sono più che raddoppiate tra il 2008 e oggi e l’Italia esporta nel Paese circa 10 miliardi di euro l’anno. “La natura complessa del Paese ne ha fatto una “palestra” per gli esportatori italiani che hanno dispiegato in Turchia un’offerta diversificata in termini di merci esportate e soluzioni finanziarie proposte”, è scritto nel rapporto. Come già accaduto in passato, spiegano gli esperti, anche in un momento di incertezza come l’attuale, le opportunità per le aziende non mancano, ma è necessario saper gestire i rischi legati a uno scenario più incerto. “Nel breve periodo – spiegano Valentina Cariani, Angelico Iadanza e Luca Moneta dell’Ufficio Studi economici di Sace – le possibilità di business offerte dal Paese risentono del clima di incertezza politica. Ma nel medio-lungo termine il ritorno a una stabilità politica potrebbe rilanciare la crescita e offrire significative opportunità”.

L’incognita elezioni
In altre parole, il futuro della Turchia, e delle imprese che operano con aziende turche, dipenderà in gran parte dalle scelte strategiche legate al suo posizionamento geo-politico. “Da molti punti di vista la situazione in Turchia è opposta a quella della Russia – spiega Marcus Svedberg, capo economista di East Capital – La Turchia avrebbe dovuto essere uno dei maggiori beneficiari di un prezzo del petrolio più basso. E avrebbe dovuto trarre vantaggio anche dal ritardo del rialzo dei tassi d’interesse negli Stati Uniti e dal programma di QE lanciato dalla BCE. Ma il mercato azionario turco ha perso il 21% (valori espressi in euro), elemento che dipende molto dalla svalutazione della lira turca contro l’euro pari al 16%”. Le ragioni della debolezza della divisa turca sono da ricercare parzialmente sul versante economico – i dati sulla crescita hanno sorpreso in negativo, mentre l’inflazione ha raggiunto un livello più alto delle aspettative – ma ancor prima sul fronte della politica. Le elezioni parlamentari di giugno non hanno prodotto un risultato certo dato che il partito in carica, l’AKP, ha perso la maggioranza e non è riuscito a formare una coalizione di governo. Nuove elezioni sono state fissate per il mese di novembre, ed è facile aspettarsi altri due mesi in cui l’incertezza politica sarà un tema dominante.

Il deficit da colmare
Secondo Mustafa Kutlay, professore presso la TOBB University of Economics and Technology di Ankara, il nuovo governo avrà bisogno di lavorare duramente per rivitalizzare le performance di crescita della Turchia. “Ankara deve investire nei settori di produzione e di esportazione ad alto valore aggiunto – spiega Kutlay – Ciò è necessario per colmare il deficit delle partite correnti (pari a 84,5 miliardi di dollari nel 2014) che in Turchia è strutturale. Per ogni voce di esportazione, infatti, la Turchia dipende in larga misura da prodotti intermedi importati”. Per Kutlay il passaggio alla produzione ad alto valore aggiunto è quindi conditio sine qua non per vincere la sfida di conto corrente. “Infine, il nuovo governo dovrà consolidare l’autonomia e l’inclusione di istituzioni economiche, giuridiche e politiche per soddisfare le aspettative del mercato e sostenere la fiducia degli investitori”, conclude Kutlay.

di Gloria Valdonio