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Boom di utili e dividendi per le banche italiane, elezioni possibile sponda rialzista. M&A sullo sfondo

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Mancano all’appello ancora Mps e Banca Carige, le due grandi malate del sistema bancario italiano, ma si può già tracciare un bilancio più che positivo alla luce dei conti 2017 diffusi in questi giorni. Nel bel mezzo della settimana più turbolenta degli ultimi anni per i mercati, le big bancarie italiane hanno sfornato riscontri trimestrali oltre le attese, accolti con calore dal mercato. Intesa Sanpaolo si è portata ai massimi da fine 2015 e anche Unicredit è tornata con forza sopra quota 18 euro con gli analisti che vedono spazio per ulteriore crescita (Mediobanca Securities ha posto target price a a 24 euro).

 

Utili 2017 a quota 14 mld, ma c’è il trucco…

In totale si arriva a circa 14 miliardi di utili nel 2017 per le maggiori banche italiane, anche se circa un terzo del totale è ascrivibile a “voci straordinarie” che hanno fatto lievitare i profitti delle big Unicredit e Intesa. A fare da apripista è stata Intesa Sanpaolo con utili per 7,3 miliardi di euro nel 2017, grazie anche all’aiutino dei 3,5 mld frutto del contributo statale per l’acquisizione delle due banche venete. L’ultimo trimestre dell’anno è andato oltre le attese del mercato e anche il piano al 2021 presentato da carlo Messina ha convinto gli analisti che vedono Intesa come uno degli player europei più solidi con una qualità dell’attivo sopra la media.

L’altra big, Unicredit, ha anch’essa sfornato conti trimestrali oltre le attese e il 2017 si è chiuso con un utile netto di 5,5 miliardi di euro (grazie anche a contributi di 2,1 mld da cessione Pioneer) che ha permesso il ritorno del dividendo cash (0,32 euro per azione) dopo 4 anni all’asciutto per gli azionisti.

A ruota Banco Bpm, terza maggior banca italiana, con 558 mln di utile netto 2017 e soprattutto convincenti indicazioni dal nuovo piano di derisking che prevede maggiori cessioni di crediti in sofferenza per 5 mld entro il 2020. UBI Banca, completata l’integrazione delle tre Good Bank acquisite nel maggio scorso, ha sfornato utili per 690 milioni.

Ora i catalyst saranno elezioni, M&A e cessioni NPL

Le prossime sfide sono sicuramente l’ulteriore riduzione delle esposizioni a crediti deteriorati e un salto di qualità della redditività, ancora lontana dai livelli pre-crisi. Focus anche sul possibile nuovo round di consolidamento, anche fuori dai confini italiani. Ieri il ceo di Unicredit, Jean Pierre Mustier, ha escluso operazioni di M&A nel breve, rimandando tutto a dopo il 2019, ossia una volta completato il piano Transform. Mustier vede però lo scenario europeo evolvere velocemente nei prossimi 5-10 anni con un limitato numero di big bancarie paneuropee e per essere tra i pochi eletti difficilmente ci si potrà esimere da una grande operazione di M&A. Unicredit recentemente è stata accostata a nomi quali Commerzbank e Societe Generale.

Sullo sfondo, nel breve, c’è lo scenario italiano con l’appuntamento elettorale del 4 marzo. Per mantenere l’attuale abbrivio positivo della congiuntura economica – importante sponda per la redditività delle banche considerando il contesto di tassi ancora ai minimi – i banchieri italiani confidano in un esito indolore delle elezioni. Alberto Nagel, ad di Mediobanca, chiede continuità con un governo che intraprenda subito una serie di ulteriori interventi volti a rendere più strutturale l’attuale ripresa economica.

Sulla stessa lunghezza d’onda Mustier che ieri ha caldeggiato la vittoria di una coalizione pro-Europa che sarebbe la sponda ideale per le banche. Un esempio quanto successo lo scorso anno dopo la vittoria di Macron contro la populista Le Pen, accolta il lunedì post-urne con rialzi a doppia cifra dei titoli delle banche francesi (e da Unicredit).