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Black Box – Quanto vale il sell signal dell’Ipo Blackstone

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Esattamente una settimana fa la straripante Ipo di Blackstone era sembrata la conferma dell’inizio di una nuova era: quella dei miracolosi fondi di private equity che aprono il proprio capitale e i loro strepitosi ritorni alla borsa e quindi anche ai semplici mortali. Mancò poco che al Nyse si sparassero mortaretti per festeggiare l’evento, con il titolo che aveva chiuso la prima seduta in rialzo del 13% rispetto ai 31 dollari del debutto. Peccato che oggi, a un’ottava di distanza, scorrendo il listino del Nyse di fianco al nome di Blackstone si trovi il valore di 29,69 dollari (alla chiusura di ieri).


 

E’già scoccata la fine del boom del private equity? E questo può significare che il mercato ha raggiunto i suoi massimi? Non è mai un bene quando i fondatori di un veicolo che macina utili a livello impressionante decidono di quotare le proprie società. Perchè dividere un’ottima torta con dei perfetti sconosciuti se non perchè questi ultimi sono disposti a pagare per una fetta tanto quanto basta per ricomprare gli ingredienti per fare un nuovo dolce? Fuor di metafora Schwarzman e soci hanno fatto cassa, finora almeno, sulla pelle dei piccoli azionisti che hanno sgomitato per comprarsi le azioni prima in fase di Ipo e poi nel primo giorno di quotazione.


 


Questa però è già storia. Buttando lo sguardo più avanti quali segnali si possono cogliere? Tra i veterani del mercato c’è chi dice che la quotazione in borsa di Blackstone può essere interpretata come il classico elemento che appare nella fase finale di un mercato rialzista. In effetti era stato così anche ai tempi della new economy, con società che con i mercati all’apice si ammassavano al Nasdaq per raccogliere facilmente capitali da risparmiatori disposti a pagare cifre poi rivelatisi ingiustificabili pur di sfruttare l’onda dei continui rialzi di borsa.


 


Tiriamo un attimo il freno però. Blackstone è arrivata in borsa con una valutazione superiore a 30 volte i profitti 2006, pari a cinque volte il valore di libro e a oltre il 40% delle attività in gestione, che ammontano a 88 miliardi di dollari. Se invece i multipli fossero stati quelli che il mercato ha definito per società assimilabili come le banche d’affari Goldman Sachs o Lehman Brothers o gli asset manager T. Rowe Price e Franklin Resources il p/e sarebbe compreso tra 15 e 18 e il prezzo poco sotto i 25 dollari.


 


C’era un innegabile fattore di sopravvalutazione che è stato corretto in tempi rapidi. Ma ciò che ha spinto sinora il mercato non è un eccesso, e nemmeno la massa di liquidità proveniente da operazioni di M&A. Dal 2003 a oggi le borse si sono mosse su un unica direttrice: gli utili in perenne e solida crescita delle aziende che beneficiano di bassi costi del lavoro e del boom dell’economia globale. E finora da questo fronte non sono venuti segnali di inversione.