Bernanke rispolvera l'incubo recessione e i listini traballano

Inviato da Micaela Osella il Ven, 27/08/2010 - 16:26

I fantasmi della recessione prendono corpo sui listini. La paura di assistere a una nuova frenata in salsa stelle strisce o a una ripresa più lenta negli Stati Uniti di quanto il mondo chiede mandano in tilt le Borse. Piovono come proiettili sui mercati le parole di Ben Bernanke, il presidente della Federal Reserve dal consegno annuale della Banca centrale Usa, che si sta tenendo a Jackson Hole, nel Wyoming. Piazza Affari è la peggiore e cede l'1,3%, Francoforte l'1%, Parigi lo 0,94%. In controtendenza Londra ma per poco (+0,2%).

Dall'altra parte non è uno scenario facile quello che ha tratteggiato il numero uno della Banca centrale americana. "L'economia statunitense ha rallentato più del previsto e il suo rilancio è lungi dall'essere raggiunto", ha osservato Bernanke, che ha inoltre sostenuto che l'economia Usa continuerà "a un ritmo relativamente lento" nel secondo semestre dell'anno, mentre è prevista una leggera accelerazione nel 2011. E a poco servono le rassicurazioni sulla portata d'azione che il Fomc è pronto a fare di più se sarà necessario.

E' già finito nel cassetto anche il dato del Pil americano diffuso solo un'ora fa, salito dell'1,6% contro le stime precedenti che parlavano di un aumento del 2,4%. Una crescita americana definita patetica dall'economista Nouriel Roubini in un'intervista a Bloomberg Radio, che non ha esitato a prevedere che la seconda parte dell'anno sarà ancora peggio perché ci sono rischi di una double-dip, una nuova recessione.

A suo avviso la ripresa economica sta vacillando e gli Usa stanno terminando le politiche a disposizione per rilanciare la crescita. Senza cartucce da giocarsi gli Stati Uniti non possono prevenire una crescita economica più lenta. Roubini non è il solo a soffiare sul fuoco che alimenta le voci di una nuova recessione in arrivo.
 
Mentre per l'economista di Harvard Martin Feldstein,  intervistato a Bloomberg Radio, esiste una possibilità su tre che gli Stati Uniti scivolino in un'empasse, il premio Nobel all'economia, Paul Krugman, sulle colonne del New York Times sostiene che "è tempo di ammettere che quella che gli Stati Uniti stanno sperimentando non è una ripresa" economica e che è "necessario fare qualsiasi cosa per cambiare la situazione".
 
Questo perché a suo avviso gli Stati Uniti hanno bisogno di un tasso di crescita di circa il 2,5% per far sì che il tasso di disoccupazione non aumenti e tassi di crescita ancora superiori per far sì che la disoccupazione scenda. Invitando la politica e le autorità di controllo ad ammettere che quella attuale non è una ripresa e quindi a intervenire, Krugman ha infine osservato: "abbiamo già visto quali sono le conseguenze di azioni sicure" e convenzionali "e dell'attesa che la ripresa si alimenta e avvenga da sola: questo ci ha portato a qualcosa che è simile a un permanente stato di stagnazione con un'elevata disoccupazione".
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