Bernanke davanti al dilemma tassi

Inviato da Alessandro Piu il Mar, 18/09/2007 - 09:09

Alle 20:15 ora italiana il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, renderà nota la decisione del Comitato di politica monetaria (Fomc) sui tassi di interesse ufficiali statunitensi. L'incertezza nella comunità finanziaria su quale mossa attendersi è massima. Il taglio del tasso sui Fed funds è dato per certo dai mercati, anzi preteso, anche se esiste ancora una piccolissima percentuale di incertezza, trascurabile. Non è infatti immaginabile che Ben Bernanke si presenti in conferenza stampa declamando i rischi derivanti dalla variabile inflazionistica rischiando una reazione scomposta da parte dei mercati. Inoltre, se l'inflazione non cadrà comunque nel dimenticatoio dei pensieri di Bernanke, in questo momento è la crescita statunitense a preoccupare maggiormente. Il rallentamento, se non la recessione paventata da alcuni economisti, innescato dalla crisi del comparto immobiliare hanno preso il centro della scena.

 

Ed è proprio per fare fronte ai timori sulla frenata dell'economia, oltre che per rispondere a una richiesta a questo punto ineludibile dei mercati, che il taglio dei tassi di interesse ci sarà. Se dello 0,25% o dello 0,50%, questo è ancora da vedere è rappresenta il punto principale sul quale analisti, esperti di mercato ed economisti si dividono.

La gravità della situazione innescata dalla crisi del comparto dei mutui subprime richiederebbe, secondo alcuni, un segnale forte ai mercati, di completa apertura da parte della Fed, una riduzione di mezzo punto percentuale. Il mercato azionario festeggerebbe. Ma quanto durerebbe la festa? Perchè il problema, e lo sa bene Ben Bernanke avendolo ribadito nelle passate settimane, è la mancanza di liquidità sui mercati, è la sfiducia che fa guardare con sospetto l'uno con l'altro chi prima era disposto a prestarsi soldi con garanzie minime, o inesistenti. La liquidità ci sarebbe, i soldi che hanno spinto i mercati fino a pochi mesi fa non sono improvvisamente spariti, sono "congelati" in attività finanziarie sicure, fermi nei forzieri delle istituzioni finanziarie in attesa che la tempesta passi e, posatasi la polvere, si possa vedere di nuovo in faccia con chi si ha a che fare.

                                                                                                                           

Una crisi di fiducia è molto più grave perché la fiducia è difficilmente misurabile, o c'è o non c'è. Il compito delle istituzioni centrali è in questo momento fare ritornare la fiducia sui mercati e per fare questo non servono a molto i tagli dei tassi di interesse. Servono le iniezioni di liquidità, per evitare una degenerazione della situazione, serve l'attività di convincimento la cosiddetta "moral suasion" e serve, infine, la trasparenza che permetta di giudicare correttamente e prezzare correttamente il rischio. Un rischio che non era prezzato bene prima, ma che non lo è nemmeno adesso. In un contesto simile una Federal Reserve che tagliasse i tassi di interesse dello 0,50% potrebbe anzi dare un segnale contrario al mercato, un segnale di paura. Si potrebbe pensare che la situazione sia molto peggiore di quella che si ha modo di vedere dall'esterno.

 

Per il momento quindi, la soluzione più corretta potrebbe essere un taglio dello 0,25% che lasci la porta aperta ad altri interventi e sia accompagnato da parole rassicuranti da parte del presidente della Fed sul continuo monitoraggio e sulla continua attenzione all'evoluzione della situazione. La Federal Reserve comunicherebbe in tal maniera la disponibilità a intervenire in soccorso dell'economia e dei consumatori in difficoltà e si metterebbe al riparo dalle accuse di aver favorito chi abbia giocato con troppa faciloneria contro il rischio.

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