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Bce, Morgan Stanley prevede qualche modifica guidance. Ma Draghi fa conti con rischi Italia e protezionismo

Strategist banca Usa: ma Francoforte “vorrà contenere la volatilità e garantire il permanere di condizioni fiscali espansive anche quando smetterà di acquistare debiti sovrani”.

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Gli analisti sono concordi nel ritenere che dalla Bce, nella giornata di oggi, non arriveranno grandi sorprese. In un contesto geopolitico mondiale provato dalle minacce di protezionismo di Donald Trump, e in un’Europa che dopo le elezioni politiche italiane torna a temere il populismo e rimane sull’attenti, la Bce non dovrebbe fare grandi annunci.  Alcuni analisti ritengono che qualche modifica alla guidance ufficiale potrebbe comunque esserci. Morgan Stanley anticipa che, a suo avviso, il tono della “conferenza stampa imminente (di Mario Draghi), se non la stessa forward guidance, potrebbero segnalare di fatto che c’è meno bisogno del Quantitative easing.

“Riteniamo che nel corso della conferenza stampa della riunione dell’8 marzo, il linguaggio della Bce subirà alcune piccole modifiche, al fine di preparare i mercati alla fine del QE nel quarto trimestre del 2018. Crediamo per lo meno che, nel corso delle domande che saranno rivolte durante la conferenza stampa (a Draghi), verrà enfatizzato che la situazione sta migliorando e dunque, implicitamente, che il grado di politica monetaria accomodante potrebbe diminuire”.

Detto questo, Morgan Stanley ritiene, contrariamente a quanto prezzato dai mercati, che la Bce alzerà i tassi di deposito (al momento negativi a -0,4%) non due volte, ma una sola volta, il prossimo anno. E questo perchè “vorrà contenere la volatilità e garantire il permanere di condizioni finanziarie espansive anche quando smetterà di acquistare debiti sovrani”.

Molti altri economisti sottolineano in ogni caso che l’alta tensione che si respira nelle relazioni commerciali Ue-Usa potrebbe portare Draghi a essere stavolta ancora più cauto.

D’altronde, l’inflazione non è sicuramente un problema: o meglio, se lo è, è perchè rimane ancora fin troppo distante da quel target appena inferiore al 2% fissato da Francoforte, se si considera che a febbraio, il dato relativo all’intera Eurozona ha indicato un tasso di appena l’1,2%.

Allo stesso tempo, vengono ricordate le recenti dichiarazioni di Benoit Coeure, membro del Consiglio direttivo della Bce, che ha affermato che la banca centrale potrebbe decidere di dire basta al piano di Quantitative easing (i cui acquisti, a partire dal gennaio di quest’anno, sono stati già dimezzati a 30 miliardi di euro al mese) anche prima di assistere a un rialzo sostenuto dell’inflazione.

Draghi ha però ricordato la scorsa settimana che l’inflazione deve ancora mostrare segnali convincenti di un aggiustamento sostenuto al rialzo.