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Bce e Fmi: la crisi non è chiusa

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La crisi finanziaria sarà probabilmente lunga sia per i suoi impatti sul sistema bancario, sia per i mercati finanziari. Lo hanno spiegato ieri Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale.


A preoccupare è soprattutto la solidità dei bilanci bancari. Nel proprio rapporto 2007 il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, ha chiarito che in futuro il sistema bancario dell’area  euro sarà sottoposto a rischi per la possibilità di andamenti sfavorevoli del ciclo del credito, con ricadute negative sulla qualità degli attivi bancari. Per l’Fmi intanto la crisi potrebbe portare a nuove svalutazioni bancarie in Europa per 43 miliardi di euro. Il vicepresidente della Bce, Lucas Papademos ha invece definito “incerto” l’ammontare definitivo delle perdite bancarie.

 

Il Fondo ha anche avvertito che il contagio derivante dal rallentamento globale potrà essere maggiore del previsto. A rincarare la dose ancora Papademos, secondo cui “l’aggiustamento dei mercati finanziari probabilmente durerà nel tempo e le sue conseguenze sull’economia reale potrebbero essere ampie”. E sull’economia si è espresso anche Michael Deppler, direttore dell’Ufficio Europa dell’Fmi, per il quale il rallentamento degli Stati Uniti si sentirà nel Vecchio continente con un’intensità del 40-50%, una percentuale comunque migliore rispetto al 100% registrato durante la bolla del 2000-2001.

 


E se la Bce ha comunque chiarito di non vedere spazi per un taglio dell’inflazione, l’Fmi ha invece sottolineato che un taglio potrà rendersi fattibile quando saranno superate le tensioni salariali in Germania e una volta assorbiti gli shock (ritenuti transitori) provenienti dalle materie prime energetiche e alimentari. Su queste ultime si concentrano però i timori dell’Eurotower. Papademos ha parlato di imprevedibilità dell’andamento dei prezzi delle soft commodity, citando anche la possibilità di aumenti a sorpresa.


 


Il Fondo ha infine confermato la previsione per una crescita dell’area euro al ritmo dell’1,4% nel 2008 e all’1,2% nel 2009, e sottolineato che sono in crescita i rischi di un impatto maggiore anche sui Paesi emergenti dell’Europa.