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Barclays punta il faro sul rischio stagflazione

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Esistono rischi più elevati del normale che l’economia statunitense possa scivolare in uno stato di “stagflazione”, ossia di arretramento dell’economia e inflazione elevata. A metterli in evidenza è un report elaborato dagli analisti di Barclays Capital, secondo i quali alcuni segnali di una tale situazione sarebbero già visibili: “La crescita è sensibilmente al di sotto del trend desiderabile mentre l’inflazione è del pari sopra alla normalità”. Il dato headline sui prezzi al consumo, sottolinea il report, ha segnalato una crescita superiore al 4% con un andamento preoccupante e “per ora senza segni di frenata” per le commodity agricole ed energetiche. Anche il dato “core”, quello tenuto in maggiore considerazione dalla Fed nelle decisioni di politica monetaria e in rallentamento lo scorso anno “potrebbe mostrare segnali di pressione al rialzo, spinto in particolare dalla crescita dei prezzi per gli affitti di abitazione sui quali si sposta la domanda di chi non riesce più ad accedere al credito per l’acquisto”.


Sul fronte della crescita, anzi per meglio dire del rallentamento, sono per contro arrivate alcune conferme importanti. Nel momento in cui i timori di recessione per l’economia statunitense iniziavano a manifestarsi con maggiore intensità, una delle variabili che gli analisti raccomandavano di tenere sotto controllo per avere conferme su un deterioramento preoccupante dello scenario era il mercato del lavoro. Venerdì scorso un incremento degli occupati nei settori non agricoli ai minimi dall’agosto 2003, +18.000 unità, a fronte di attese per una crescita intorno a 50.000 ha dato allo scenario una direzione precisa. E’ balzato anche il tasso di disoccupazione, al 5% dal 4,7% registrato nel mese di novembre mentre altri dati macroeconomici da Oltreoceano non invitano all’ottimismo con l’ultimo Ism manifatturiero sceso sotto la soglia dei 50 punti, livello che demarca tradizionalmente il passaggio a uno stato di recessione.

I pareri e i commenti si sono adeguati al nuovo clima grigio e anche gli interventi della Casa Bianca: “l’America saprà resistere alla crisi” e del segretario al Tesoro, Henry Paulson, sembrano quasi degli iniviti a non precipitare la situazione. In questo frangente uno degli elementi di stimolo all’economia nonché dell’andamento dei mercati azionari, la manovra dei tassi di interesse da parte della Fed, potrebbe essere messo fuori gioco dall’altra e fino a pochi mesi fa preponderante preoccupazione, l’inflazione.


Il problema principale per l’inflazione non risiede tuttavia negli Stati Uniti: “Non è la domanda domestica ad essere responsabile delle pressioni inflattive – riprendono gli analisti di Barclays- ma la crescita dell’Asia. Il che significa che la frenata degli Stati Uniti potrebbe proseguire senza che ciò abbia grandi effetti sui prezzi di prodotti agricoli e energia”.


Se stagflazione sarà, tuttavia, potrebbe trattarsi solo di una situazione temporanea, seppure sgradevole. Le stesse economie in via di sviluppo sono soggette a un pericoloso surriscaldamento dell’economia che fa presumere interventi restrittivi. In tal caso il rallentamento dell’economia a livello globale potrebbe assumere dimensioni sufficienti a far arretrare i prezzi delle commodity. Il processo, secondo gli analisti di Barclays, potrebbe però essere lento e le politiche restrittive nei Paesi in via di sviluppo rallentate proprio dalle attese di recessione in Usa.


I consigli degli analisti di Barclays nel caso si dovesse verificare un tale scenario sono di “sottopesare l’azionario mantenendo posizioni leggermente sovrappesate sulle commodity in quanto le azioni tendono ad avere performance deboli durante i periodi di elevata inflazione e crescita lenta.