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Banche venete, rischio da 11 miliardi sul sistema bancario. UniCredit e Intesa SanPaolo scendono in campo

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L’ipotesi di un salvataggio alla spagnola viene considerata meno probabile. Ecco come i due istituti potrebbero intervenire. Ma altre banche italiane potrebbero dire no.

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Banche venete: a salvarle saranno Intesa SanPaolo e UniCredit, come emerso dalle ultime indiscrezioni? E in che modo?

Nuovi dettagli arrivano sul pressing che il premier Paolo Gentiloni e il ministro Pier Carlo Padoan stanno facendo sugli istituti italiani per intervenire, e strappare Veneto Banca e Popolare di Vicenza dal rischio di bail-in.

UniCredit e Intesa, soluzione spagnola improbabile

La soluzione spagnola – che ha permesso a Banco Popular di salvarsi, attraverso il suo acquisto da parte di Santander – è il fattore che avrebbe fatto scattare sia il pressing del governo che le banche italiane stesse. Che ora sembrano disposte a intervenire.

Allo stesso tempo, facendo i conti con la realtà, proprio la soluzione spagnola sembra di più difficile applicazione: nelle ultime ore erano emersi rumor secondo cui Padoan avrebbe chiesto agli AD di Intesa SanPaolo e Unicredit, rispettivamente Carlo Messina e Jean-Pierre Mustier, di lanciare un salvagente ai due istituti, magari anche acquistandole.
Il Gazzettino parlava di una “ultima ipotesi di salvataggio, un ritorno alle origini” e di una possibile acquisizione di Popolare Vicenza e Veneto Banca rispettivamente da UniCredit e Intesa”. (replicando il modello dell’acquisto di Banco Popolar da Santander).

Apertura di UniCredit, Papa: lavoriamo a soluzione

Ma cosa ne pensano i diretti interessati? Ieri un’apertura a salvare i due istituti è arrivata dal direttore generale di Unicredit, Gianni Franco Papa che, a margine del convegno Industry 4.0 organizzato dall’ANSA, ha confermato: “Si sta lavorando per cercare una soluzione”.

Anche perchè una possibile risoluzione non avrebbe certo ripercussioni solo sulle banche venete. In caso di bail-in il conto che il sistema italiano dovrebbe pagare sarebbe infatti di 11 miliardi, visto che sarebbe questa la somma che il Fondo interbancario di tutela dovrebbe rimborsare ai piccoli depositanti e ad altri creditori. (azionisti, detentori di obbligazioni subordinate e correntisti con depositi superiori ai 100.000 euro dovrebbero invece partecipare allo schema di condivisione degli oneri stabilito dalla regolamentazione del bail-in).

Tuttavia, è improbabile che il salvataggio veda UniCredit e Intesa indossare le vesti di cavalieri bianchi e acquistare i due istituti.

La stessa Equita Sim ritiene che, partendo dall’ipotesi di 3,6 miliardi di oneri necessari per la ristrutturazione, l'”impatto finanziario sarebbe gestibile” ma sgradito al mercato, dal momento “aumenterebbe il profilo di rischio di entrambe le banche”.

Inoltre, è bene ricordare che Banco Popular sarà stato anche salvato, ma a rimetterci sono stati tutti gli azionisti e i detentori di bond subordinati, che parteciperanno alle perdite. Santander, inoltre, per il loro salvataggio -al prezzo simbolico di 1 euro – deve lanciare un aumento di capitale da 7 miliardi di euro.

UniCredit e Intesa verso iniezione fondi tramite Atlante

E dunque fonti vicine al dossier smentiscono una tale opzione: insomma, UniCredit e Intesa SanPaolo interverranno, ma non acquistando gli istituti veneti.

E allora?

Il Corriere della Sera scrive che “l’intervento del sistema bancario pare destinato a ripassare attraverso il fondo Atlante, nonostante i rapporti tesi tra le grandi banche azioniste e il gestore Quaestio, se non altro per la brevità dei tempi: il Fondo interbancario deve ottenere obbligatoriamente il 95% di adesioni delle banche.

E sempre il Corriere, sottolinea che Unicredit, unica banca italiana «Sifi» ovvero di importanza sistemica, avrebbe iniziato a sondare il mercato, anche a livello europeo, per valutare come muoversi”.

Anche fonti del Sole 24 Ore segnalano che una soluzione possibile possa tornare a essere il coinvolgimento del fondo Atlante, al fine di trovare quegli 1,2 miliardi di capitali necessariamente privati che l’Ue ha imposto come condizione imprescindibile per fare l’ok alla ricapitalizzazione precauzionale.

Era stato d’altronde lo stesso Carlo Messina, AD di Intesa SanPaolo, a segnalare – stando ai rumor – una sua apertura a iniettare fondi, a condizione che tuttavia partecipassero anche le altre banche italiane.

Ma altre banche italiane restìe a salvare le venete

Il punto è tuttavia che alcuni istituti non sarebbero così propensi a iniettare fondi agli istituti venete: Ubi Banca, impegnata in un’operazione di aumento di capitale da 400 milioni, è tra le meno propense ad aprire il portafoglio per Veneto Banca e Popolare Vicenza. E anche Banco Bpm e Bper sarebbero restie. Al salvataggio potrebbero partecipare anche altri azionisti del fondo Atlante non bancari, come Cassa Depositi e Prestiti e Poste Vita.

Intanto sulla questione dei crediti deteriorati delle due banche MF, che cita fonti vicine al dossier, scrive che per la cartolarizzazione delle tranche junior e mezzanine si tenterà di replicare lo schema utilizzato per Mps. In quell’operazione il Fondo Atlante 2 (che ha ancora in pancia 1,7 miliardi di euro, di cui 800-900 milioni destinati a MPS) dovrebbe investire 450 milioni.