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Banche italiane: non solo doom loop, ora rischiano anche stretta manovra su interessi passivi

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Gli addetti al settore scuotono la testa: oltre all’annoso problema del doom loop, ora le banche italiane potrebbero dover far fronte anche a un possibile taglio della deducibilità degli interessi passivi.  In occasione della giornata del Risparmio, i vertici dell’Abi non hanno nascosto i timori su quanto riportato oggi da Il Sole 24 Ore.

Il quotidiano, elencando le misure della legge di bilancio, che dovrebbe avere una dote complessiva di 17 miliardi – di cui 7 miliardi per rendere effettivo l’addio alla Fornero – ha fatto riferimento anche alla stretta sugli istituti di credito a cui il governo M5S-Lega starebbe pensando, al fine di trovare altre coperture e finanziare il suo ambizioso programma .

“Nel mirino ci sarebbero la deducibilità degli interessi passivi, che scenderebbe dall’attuale 100% all’86%; lo spostamento su più anni della deducibilità delle maggiori svalutazioni previste dall’applicazione del nuovo principio contabile Ifrs9 sulle cosiddette perdite attese; l’addio all’aiuto alla crescita meglio noto come Ace“.

Secondo il Sole, “sulla deducibilità degli interessi passivi la stretta, almeno al momento, non sembrerebbe produrre effetti particolarmente negativi, in quanto gli istituti di credito sono in larga misura in perdita. Il discorso cambia, invece, sulla revisione delle modalità di applicazione per il primo anno del nuovo principio contabile Ifrs 9. Secondo questo principio le banche, nel primo anno della sua adozione, devono svalutare i crediti in bilancio secondo un nuovo modello cosiddetto delle “perdite attese’. In base a questo principio l’importo della svalutazione cresce sensibilmente. Con la stretta in arrivo il governo gialloverde punta a rendere deducibili queste “maggiori svalutazioni” non più in un anno ma negli anni successivi, spalmandole su due o dieci anni o altrimenti posticipandole ulteriormente”.

Immediata la reazione di Giovanni Sabatini, direttore generale dell’Abi, che ha affermato che il taglio “andrà certamente a incidere sul costo del credito”. Non solo: si tratta di “una misura che non ha riscontri nell’Ue e che creerebbe disparità contributive tra banche soggette alle stesse regole. Si determinerebbe una asimmetria“.

Sabatini ha anche voluto fare una importante precisazione:

La deducibilità degli interessi passivi per le banche “è un costo di produzione”. Non si tratta insomma di “agevolazioni’. E ha fatto un esempio concreto per spiegare cosa accadrebbe se il taglio temuto avvenisse:

“Se non posso dedurre un costo di produzione emerge un reddito che non rispetta l’effettiva capacità contributiva e è quindi una misura anche contraria all’articolo 53 della Costituzione”, che recita:

“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività“.

La minaccia del taglio della deducibilità degli interessi passivi non poteva arrivare in un momento più delicato per le banche italiane.

Non solo minaccia stretta interessi passivi

I forti sell off che hanno tramortito i BTP hanno inevitabilmente fatto tornare alla mente l’abbraccio mortale, il doom loop appunto, che continua a esistere tra le banche italiane e i titoli di stato italiani.

Doom loop (leggi le banche straniere più esposte a BTP) che, come ricorda oggi Reuters, può essere considerato come un’eredità della crisi del debito dell’Eurozona del biennio 2011-2012, quando diversi istituti decisero di acquistare bond italiani, per fare da contraltare ai pesanti smobilizzi di BTP lanciati dagli investitori stranieri.

Il risultato è che oggi i bond sovrani incidono sugli asset totali degli istituti di credito italiani per il 10%: è naturale dunque che un balzo degli interessi finisca per avere un impatto notevole anche sui bilanci delle banche. Che si ritrovano ad avere in portafoglio BTP che avevano un certo valore, e che ora ne hanno uno decurtato.

A tal proposito, ricorda Reuters, la scorsa settimana Luigi Belluti di Assiom Forex ha lanciato un alert sul rischio di nuovi aumenti di capitale per alcuni gruppi, nel caso in cui lo spread dovesse volare fino a 400 punti base.

D’altronde, le banche italiane hanno perso in media 40 punti base del loro capitale core nel secondo trimestre e altri 8 punti base nel terzo trimestre.

Reuters riporta in particolare il caso di “Banco BPM, terza banca italiana”, che è stata “tra le banche che hanno pagato di più l’effetto dello spread nel corso del secondo trimestre, perdendo quel capitale prezioso di cui ha bisogno per continuare a ripulire il proprio bilancio dai crediti deteriorati”. “L’erosione del capitale complica anche gli sforzi di ripresa” di Mps.

Sempre Reuters scrive che la situazione di stress sui mercati sta facendo salire il cost of funding, ovvero i costi che le banche devono sostenere per assicurarsi i finanziamenti di cui hanno bisogno.

“Intesa SanPaolo, una delle banche italiane più solide, ha pagato a marzo un tasso dell’1,83% per emettere il bond decennale IT178534017. Intesa è l’unica banca che ha raccolto finanziamenti unsecured dalle turbolenze di maggio, vendendo obbligazioni a cinque anni ad agosto, al tasso elevato del 2,15%”.

Ora i “trader riferiscono che il mercato si è di nuovo congelato. Si tratta di un problema per banche come Mps e Carige, che hanno bisogno di rimpolpare il loro capitale second-tier con debito ibrido”, e si tratta anche di qualcosa “che potrebbe diventare un problema per tutto il settore se tale situazione dovesse prolungarsi”.

Grazie ai finanziamenti di lungo termine che hanno ricevuto dalla Bce per un valore di 240 miliardi di euro, per ora e nell’immediato non ci sono grandi timori sulla liquidità delle banche italiane. Che di fatto “non hanno sofferto una fuga dei depositi” e che potrebbero arrivare alla fine dell’anno anche senza essere costrette a vendere bond per finanziarsi.

Problemi di rifinanziamento potrebbero presentarsi tuttavia l’anno prossimo visto che, spiega Reuters, “a partire dalla metà del 2019 le banche dovranno escludere dal loro secondo parametro chiave di liquidità attentamente monitorato dalle autorità di regolamentazione, ovvero dall’NSFR (raio di finanziamento stabile netto), 140 miliardi di euro di debiti di lungo termine che scadranno nel giugno del 2020. Già Moody’s aveva avvertito, ancora prima della recente fiammata dello spread, che gli istituti italiani avrebbero assistito a un balzo dei costi di finanziamento, causa il rimborso dei prestiti ricevuti dalla Bce, che sarebbe andato a detrimento degli utili.

Le banche italiane dovranno procedere anche, entro il 2020, al rifinanziamento della metà circa di quei 267 miliardi di bond outstanding a febbraio”.

Viene citato anche il caso di UniCredit, che si distingue per essere l’unica banca italiana che ha un’importanza sistemica a livello globale, e che ha finora centrato solo 1/3 del piano di finanziamenti previsto per il 2018.

La minaccia non è solo per le banche, ma per i loro stessi clienti.

Finora, gli istituti italiani hanno trasferito ai clienti solo 1/5 del rialzo dei premi sul rendimento di 100 punti base, ma presto potrebbero essere costretti a condividere i costi con i loro clienti” in misura maggiore.

Un dirigente senior di una banca italiana che ha optato per l’anonimato ha sentenziato di fatto che, se “gli spread continueranno a salire, prima o poi dovremo alzare i costi dei prestiti”.