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Banche italiane: il calo dello spread non basta più, attenzione alla qualità del credito

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Le banche italiane finiscono sotto la lente (negativa) di Societe Generale. Il broker francese dà atto dell’impatto positivo della riduzione dello spread sugli istituti di credito ma ritiene che sia necessaria una normalizzazione del differenziale per un vero incremento dei guadagni. Ipotesi di difficile realizzazione, per gli analisti, in considerazione dell’avvicinarsi della nebulosa tornata elettorale in Italia.

Il recente re-rating delle banche italiane, spiegano gli esperti nel dettaglio, è il risultato del restringimento dello spread per via della forte correlazione esistente tra i prezzi delle azioni degli istituti di credito del Belpaese e il differenziale di rendimento, in quanto le banche italiane sono le maggiori detentrici di debito sovrano in Europa. Sulla base dei fondamentali, il calo dello spread è positivo per il costo dell’equity, per il capitale (con una riduzione delle riserve negative di attività disponibili alla vendita) e per gli utili (influenzati dal finanziamento, dal costo dei prestiti e dagli accantonamenti per perdite su crediti, in uno scenario con spread in costante normalizzazione). L’impatto sulle prime due voci è immediato, mentre quello sugli utili richiede più tempo.

Il calo di 100 punti base dello spread a partire dal terzo trimestre va nella giusta direzione ma ulteriori miglioramenti, mettono in guardia gli analisti francesi, potrebbero essere messi in ombra dall’uscita di altre cattive notizie sulla qualità dell’attivo. “Volgiamo la nostra attenzione verso l’imponente stock di crediti deteriorati detenuti dalle banche italiane che impediscono loro una ripresa della redditività, anche se la loro copertura è quasi in linea con i concorrenti europei”, fanno sapere gli esperti.

Le ingenti sofferenze hanno riaperto il dibattito sulle bad bank che però, a detta della banca d’affari, non è rilevante in Italia.

Quindi, SocGen ribadisce che la flessione di 100 punti base dello spread è già prezzata dalle banche italiane ma il differenziale dovrebbe normalizzarsi per far sì che si materializzi un rialzo degli utili e quest’ipotesi è scarsamente realistica, spiegano gli esperti, dato l’avvicinarsi delle elezioni e la bassa visibilità sul loro esito. “A questo punto pensiamo che un potenziale catalist per un re-rating delle azioni dagli istituti di credito tricolori sia un miglioramento degli accantonamenti per perdite sui crediti”. Ma anche questa opzione per il broker, è improbabile.

SocGen mantiene così la sua visione negativa sulle banche italiane, sottolineando di non aver assegnato a queste ultime nessun giudizio buy. Fa eccezione Unicredit, che piace agli analisti transalpini per la sua diversificazione geografica, la ristrutturazione in corso e il maggior potenziale rialzo del Rote. Tra le piccole banche, gli analisti preferiscono Ubi Banca, per via anch’essa della ristrutturazione in corso, i potenziali benefici di capitale aggiuntivo e l’esposizione sovrana tattica.