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Banche di nuovo sotto stress. La Borsa rimette sull’on l’interruttore ricapitalizzazione

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E’ di nuovo freddo il vento che soffia sulle banche italiane. Dopo un’apertura al rialzo hanno cambiato direzione gli istituti quotati a Piazza Affari: alcuni hanno virato in negativo, altri resistono, ma galleggiando appena sopra la linea della parità, ad eccezione di Mediobanca alle prese con il ribaltone che si è consumato alle Generali, di cui è socio di riferimento. E’ lo spauracchio aumento di capitale a non mollare la presa tra gli investitori. Se anche il banchiere di sistema, Corrado Passera, ha dovuto cedere alla moral suasion di Banca d’Italia e del Tesoro, la frenesia delle ricapitalizzazioni potrebbe lambire presto anche Piazza Cordusio, Rocca Salimbeni e Piazza Meda. Ecco così che Intesa Sanpaolo cede lo 0,96% a 2,264 euro, dopo un guadagno di oltre il 7% in due sedute, in scia all’imprimatur al piano d’impresa che accompagnerà l’istituto per il prossimo triennio. Un piano che include un corposo aumento di capitale da cinque miliardi di euro, finalizzato a proiettare la banca guidata da Passera ai vertici del sistema bancario nazionale in tema di robustezza patrimoniale. Grazie al maxi-aumento il Core Tier 1 di Intesa, l’indice che rappresenta il capitale di più alta qualità di una banca, arriverà al 10% dal 7,9% attuale. “E’ un aumento di capitale che rimette l’accento sulla qualità”, segnalano in un report uscito oggi gli analisti di Mediobanca Securities, che hanno portato a neutral da underperform il giudizio sull’istituto coniando un target a 2,3 euro.


“Dopo tre anni trascorsi a focalizzarsi sulle operazioni, finalmente si può tornare a guardare all’erosione del book value e alla generazione organica di capitale. Questo posiziona Intesa in un gruppo molto ristretto di istituti che possono contare su un’alta visibilità dell’Eps, che permette loro di riguadagnare lo status di qualità”. L’aumento di capitale andrà a favorire Intesa anche su un altro argomento molto caro agli azionisti: quello del dividendo. “In seguito alla ricapitalizzazione la banca viene ad essere identificata come una delle migliori storie in Europa per le prospettive di payout dl 47%. Un fatto che nessuno può permettersi di ignorare”, fanno notare a Piazzetta Cuccia. La mossa di Intesa però ha anche un’altra faccia della medaglia: quella di aggiungere pressione al settore degli sportelli. Tre banche adesso hanno già ricapitalizzato – Ubi, Intesa e il Banco – e altre tre sono attese al varco: Unicredit, Bpm e Mps. Non è un caso se Rocca Salimbeni perde lo 0,54% a 0,912 euro. Lo fa in attesa delle decisioni che prenderà la fondazione, azionista di maggioranza, sulla ricapitalizzazione. Secondo fonti di stampa l’istituto senese annuncerà un aumento di capitale da 2 miliardi di euro all’inizio della prossima settimana, una volta che Fondazione Mps, maggiore azionista della banca, con una quota del 55% circa avrà ottenuto l’autorizzazione dal Ministero dell’Economia per indebitarsi fino a un miliardo, al fine di garantire la copertura della propria quota.

“La decisione di Mps di effettuare in tempi rapidi un aumento di capitale è ormai data per scontata dal mercato, specie dopo che anche Intesa Sanpaolo ha annunciato una ricapitalizzazione di 5 miliardi”, ammettano gli esperti di Centrosim, ricordando che anche il governatore di Banca d’Italia Mario Draghi ha espresso soddisfazione di fronte alla risposta del sistema bancario domestico ai suoi moniti. “La diluizione di valore conseguente all’aumento di capitale sarà più forte rispetto all’ipotesi da noi formulata nella nota di commento ai risultati 2010, per cui rivedremo la valutazione dopo l’annuncio ufficiale”. Mentre Ubi resiste in territorio positivo con un +0,49% a 6,215 euro e il Banco Popolare galleggia sulla linea della parità a 2,156 euro è Unicredit a indietreggiare con più convinzione (-0,22% a 1,7191), dopo un guadagno del 5% in tre giorni. Lo spauracchio che Piazza Cordusio possa bloccare la vendita di Pioneer, la società che opera nel risparmio gestito e che verrebbe invece valorizzata, come ipotizzato dal Sole 24 Ore e smentito da un portavoce dell’istituto, alimenta il nervosismo sul titolo.


Per rafforzare il patrimonio, Unicredit dovrebbe procedere a dismissioni alternative o – ipotesi in cui crede il mercato viste le voci insistenti che continuano a circolare – procedere ad un aumento di capitale. Se le voci che agitano il listino si concretizzassero per davvero, Piazza Cordusio sarebbe alla terza ricapitalizzazione negli ultimi tre anni e mezzo. Con i primi due sono stati raccolti oltre 10 miliardi, adesso la Borsa rilancia la possibilità di un nuovo intervento da 5 a 8 miliardi di euro. Flavio Tosi, il primo cittadino leghista di verona, che nomina alcuni consiglieri della Fondazione Cariverona che è primo azionista italiano di Unicredit non si fa impressionare dai numeri: “se c’è da farlo, va fatto”. Meno nervi saldi dimostra di avere il mercato. “Ci stupirebbe molto la tempistica, dal momento che il CEO Ghizzoni è attualmente in road show in Usa, ma certo non è un’opzione escludibile: Unicredit è secondo noi nella posizione di poter scegliere se ricapitalizzare con qualche cessione mantenendo un pay out basso, oppure ricapitalizzare subito diventando già compliant con Basel 3 – 2019 e pagare generosi dividendi in futuro”, segnalano gli analisti di Intermonte.


Se Unicredit dovesse togliere dal mercato Piooner non sarebbe una grossa sorpresa comunque per gli analisti di Royal Bank of Scotland “perché le trattative si stanno dilungando un po’ troppo e poi è entrata in gioco la politica che aveva indicato la sua preferenza per la nascita di un polo domestico. La cessione di Piooner – argomenta il broker – però potrebbe aiutare il management a raccogliere capitale dal momento che il mercato sta iniziando a ragionare su un ammanco proprio nel capitale di Unicredit, che noi stiamo potrebbe essere attorno ai 4 miliardi di euro, ossia circa il 16% della capitalizzazione di mercato”, concludono gli esperti finanziari della banca inglese, che consigliano di privilegiare Intesa Sanpaolo a Unicredit. Secondo un report di Hsbc dei giorni scorsi, Unicredit avrebbe bisogno di una ricapitalizzazione di almeno 8,2 miliardi di euro. Alberto Cordara, analista di Bank of America Merrill Lynch in un report uscito qualche giorno in cui ha declassato Unicredit calcava la mano, scrivendo che anche per Piazza Cordusio la ricapitalizzazione sarà un passo obbligato.


Intesa lo ha fatto per non finire nella lista delle Sifi, le banche di importanza sistemica, per le quali il livello di Core Tier 1 richiesto sarà del 10%. Corrado Passera si è convinto lo scorso fine settimana: meglio ricorrere al mercato con aumento, anche per evitare il rischio ingorgo paventato da Bankitalia, che preme perché i nostri istituti ricapitalizzino prima di giugno, quando saranno resi noti gli esiti degli stress test e molte banche potrebbero varare aumenti di capitali. Anche per Federico Ghizzoni la posta in gioco è alta; per questo la strada potrebbe essere segnata. “Prevedendo un Core Tier 1 2013 al 10%, stimiamo che l’aumento di capitale di Unicredit potrebbe essere di almeno 7 miliardi, anche se le indicazioni di Basilea 3 suggeriscono che l’ammanco potrebbe anche essere maggiore”, ha messo in conto l’analista. “Se ci limitiamo a considerare solo le stime attuali, Unicredit sembra relativamente sottovalutata. Tuttavia, stiamo assistendo a una rapida normalizzazione degli utili e il titolo perde appeal messo di fronte a un ipotesi di aumento di capitale”.