1. Home ›› 
  2. Notizie ›› 
  3. Notizie Italia ›› 

Banche d’Europa al test della ristrutturazione debito greco. Quanto pesa il rischio-Stati

FACEBOOK TWITTER LINKEDIN

Da Atene il monito è sempre lo stesso: una ristrutturazione del debito pubblico non è necessaria nè auspicabile, ha detto il governatore della Banca centrale greca George Provopoulos. Lo ha ribadito il governo greco tornato a smentire di aver chiesto all’Unione europea e al Fmi, nel corso dell’ultimo Ecofin di Budapest, di ristrutturare il debito del Paese. Ha fatto quadrato anche il ministero delle Finanze di Atene dopo che il quotidiano Eleftherotypia, citando una fonte del Fmi, aveva diffuso la notizia di una richiesta in tal senso. Da Bruxelles anche la Commissione europea ha smentito. Ma il mercato ci crede poco. Anzi non ci crede affatto. Ieri i listini di mezzo mondo hanno vissuto una giornata campale, ma oggi danno prova di nervi saldi. Almeno in avvio Parigi scambia in rialzo del 47% e Francoforte dello 0,42 per cento. Londra resta ai nastri di partenza, mentre Milano sale dello 0,3%.


La seduta di ieri, hanno ravisato alcuni operatori, è comunque andata ad incrinare quel clima di calma apparente in cui le Borse europee si sono cullate da inizio anno. A gettare benzina sul fuoco è stato nel pomeriggio la decisione dell’agenzia di rating Standard & Poor’s di tagliare l’outlook sul debito Usa. Una decisione che ha aggiunto nuovi timori attorno alla ripresa dell’economia mondiale dopo l’ultima mossa della Cina che ha alzato il coefficiente delle riserve obbligatorie delle banche nel tentativo di contrastare l’eccessiva liquidità e la crescente inflazione. Ma in Europa è la Grecia che fa più paura. “Si è acceso il dibattito sulla necessità o meno per Atene di ristrutturare il suo debito”, segnala Marco Stringa, senior economist di Deutsche Bank. “Se inevitabile, lo sarà nel medio termine, non nel breve termine”. Eppure la parola tensione assume un senso compiuto nell’andamento dei rendimenti dei titoli di Stato con scadenze a dieci e due anni che giorno dopo giorno toccano  nuovi record.

Ieri il tasso sui bond ellenici a 10 anni ha sfiorato il 14% per attestarsi al 13,81% e lo spread (differenziale di rendimento) con il bund tedesco si è allargato a 1.061 punti base, ai massimi dai tempi dell’ingresso dell’euro. Il tasso sui titoli biennali è balzato di 85 punti base al picco del 19,36%. Il rischio default sul debito di Atene ha ormai superato i 1.200 punti: i credit default swaps (cds) hanno segnato un rialzo di 56 punti base a quota 1.211, segnalando il 64,5% di possibilità di un default della Grecia entro cinque anni. “Il mercato obbligazionario era salito molto ed una correzione era da mettere in conto. Di fatto – spiega Antonino De Gaetani, gestore obbligazionario di Bnp Paribas Investment Partners – dopo la decisione dell’agenzia di rating americana gli investitori guarderanno con attenzione agli sviluppi dei piani del Congresso americano, mentre in Europa continueremo a seguire le vicende legate alla crisi del debito sovrano. Sarà interessante a questo proposito – prosegue Gaetani – guardare cosa succederà. Ritengo, infatti, plausibile ipotizzare una ristrutturazione del debito greco non nel breve, ma nel 2012 quando scadrà il piano di aiuti”.


Per l’Italia il rischio contagio non è dietro l’angolo secondo l’esperto. Eppure anche lo spread Btp/Bund si è allargato ieri fino a 155 punti base, con un incremento di 10 punti base rispetto a venerdì. “Il mercato dei titoli di Stato italiano non dovrebbe creare situazioni problematiche: sconta giù la ristrutturazione della Grecia e gli aiuti in Portogallo”, è l’idea del gestore obbligazionario di Bnp Paribas Investment Partners. Ma se andiamo a fondo, si scopre che l’Italia con oltre 8 miliardi di euro forniti alla Grecia è uno dei maggiori finanziatori. Questo significa che se ad Atene la situazione dovesse precipitare, per Roma i prestiti “greci” diventerebbero inesigibili. Per le banche cosa significa? Lo spiega Intermonte che ha calcolato che Unicredit ha un’esposizione verso il debito greco di 900 milioni di euro, Intesa di 600 milioni, BP di 79 milioni, Mediobanca che a giugno 2010 annunciava che l’esposizione verso bond greci classificati come AFS erano di 200 milioni, li ha svalutati portandoli a quota 176 milioni. Situazione tranquilla per Ubi, Bpm e Credem la cui esposizione è pari a zero, mentre per Bper è cosa di poco conto, solo 7 milioni di euro.


“Il forte calo registrato ieri dalle quotazioni dei titoli bancarie europei si può ricondurre al riallargamento degli spread tra i titoli dei Paesi UE più fragili come Grecia e Portogallo e i Bund tedeschi, cui si è aggiunta la revisione dell’outlook sul debito pubblico statunitense effettuata da S&P”, osservano gli analisti di Centrosim. “Come sempre i titoli finanziari sono stati individuati come proxy sui mercati azionari della debolezza di quelli monetari e obbligazionari e hanno accusato una seduta molto difficile, con perdite pesanti su tutti i listini”. E adesso? “Si conferma la nostra visione”, risponde il broker, secondo cui “la ripresa economica e il superamento delle difficoltà strutturali che caratterizzano molto economie continentali sarà molto graduale”. “Al momento, anche alla luce del calo di redditività dei patrimoni indotto dagli aumenti di capitale in via di esecuzione, appare prematuro un cambio di opinione sulle prospettive dei titoli bancari”.


Anche il resto d’Europa non può dormire sonni tranquilli. Secondo molti osservatori diverse banche di Francia e Germania sarebbero a rischio nel caso di un ipotetico default da parte di Paesi come Grecia o Irlanda, per il governatore della Banca di Francia e membro del consiglio direttivo della Bce, Christian Noyer, le banche francesi reggerebbero l’impatto di un default da parte di un Paese membro dell’area euro. “Anche in uno scenario apocalittico, solo una piccola frazione del coefficiente patrimoniale Tier-1 delle banche francesi sarebbe compromesso”, ha spiegato Noyer. “Gli stessi risultati valgono, con qualche variazione, in altri Paesi”. Noyer ha voluto chiarire che l’esposizione delle banche francesi al debito sovrano dell’Europa del Sud equivale al 38% degli attivi che fanno parte del Tier-1, e che tale quota scende al 13% se si sottrae il debito italiano. “Anche in uno scenario apocalittico, solo una piccola frazione del coefficiente patrimoniale Tier-1 delle banche francesi sarebbe compromesso”. Quanto basta per tenere gli occhi ben aperti.