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Banche centrali a corto di munizioni, ma la Fed potrebbe rimandare la manovra a marzo

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Caos geo-politico, frenata dell’economia cinese e materie prime in picchiata, da una parte. Ripresa timida e incerta, e tassi di interesse ai minimi storici, dall’altra. In questo contesto per molti investitori la preoccupazione principale converge sulle Banche centrali. E l’interrogativo è se queste ultime avranno la capacità, e in quale misura, di rispondere a eventuali shock negativi. In altre parole, se avranno sufficienti munizioni per contrastare eventuali inversioni di rotta dei mercati. “Una capacità che al momento appare limitata, in quanto i tassi di interesse sono già molto vicini allo zero e ci sono dubbi circa l’efficacia di eventuali ulteriori programmi di quantitative easing – commenta Keith Wade, chief economist di Schroders. Che aggiunge: “Persino nel Regno Unito, dove l’economia sta andando discretamente bene, il capo economista di Bank of England parla di tassi di interesse negativi e il nuovo leader dell’opposizione ha proposto un QE per il popolo, con la Banca centrale che stampa moneta al fine di finanziare direttamente la spesa per le infrastrutture”.  
 
Difficile colpire il target dell’inflazione
 
In poche parole, la “promessa” delle Banche centrali, per cui la politica monetaria può assicurare la crescita per gli investitori, sta diventando meno credibile, poiché le autorità cominciano a essere a corto di munizioni. “Dal punto di vista di un investitore questa situazione non è incoraggiante ed è coerente con un aumento dei premio al rischio sull’azionario e su altre asset class che dipendono dalla crescita economica“, commenta Wade. Che aggiunge: “E’ ragionevole pensare che i funzionari della Federal Reserve pensassero anche a questo a settembre, quando hanno preso la decisione di lasciare la politica monetaria invariata”. La Fed, disattendendo le attese, nei giorni scorsi ha infatti comunicato di voler attendere un ulteriore miglioramento del mercato del lavoro prima di essere sicura che l’inflazione ritornerà al target del 2%. “In dichiarazioni successive, Bill Dudley della Fed di New York e il presidente Janet Yellen hanno affermato che, date le pressioni deflazionistiche provenienti dall’estero, tenteranno deliberatamente di surriscaldare il mercato del lavoro in modo da accrescere la fiducia nel ritorno dell’inflazione al target”, aggiunge Wade.
 
Manovra rimandata a marzo
 
Tirando le somme, secondo gli analisti di Schroders, nonostante Yellen abbia affermato di aspettarsi un rialzo dei tassi quest’anno, questa decisione è legata al combinato dei dati inflazione/disoccupazione e, in assenza di un rapido cambiamento da parte di Cina e Mercati Emergenti, questa tempistica sembra improbabile. “È atteso un ulteriore calo della disoccupazione nei prossimi mesi, come avevamo originariamente previsto – spiega Wade – ma l’ostacolo più importante ora è rappresentato dal contesto globale”. Il team di Schroders ha quindi posticipato la previsione di una manovra al prossimo marzo e ha completamente rivisto la traiettoria dei tassi: le attese ora sono di un saggio all’1% a fine 2016. “In precedenza ritenevamo che per quella data i tassi avrebbero raggiunto il 2% e crediamo ancora che tale percentuale sia appropriata nello scenario di base degli Stati Uniti. Il cambiamento nelle nostre stime riflette l’apprezzamento del dollaro americano, i maggiori rischi globali e la consapevolezza che Yellen ha un approccio da ultra-colomba“, conclude Wade.