Azionario Usa, quali sono i punti di forza che sostengono i titoli?

Inviato da Alessandro Piu il Mar, 28/08/2012 - 15:16
Da inizio 2011 ad ora, gli eventi critici che hanno interessato il mondo sono stati diversi. Basta pensare ai conflitti in Medio Oriente, allo tsunami in Giappone, al declassamento del merito creditizio Usa o alle tensioni provocate sui mercati finanziari globali dall'escalation della crisi del debito in Europa. Eppure in questo contesto e nello stesso periodo il mercato azionario americano ha proseguito la sua positiva intonazione riportandosi in prossimità dei massimi del maggio del 2008.

Come è stato possibile questo comportamento? Perché gli investitori considerano così interessante il mercato azionario a stelle e strisce? Per rispondere a questi quesiti, uno studio condotto dal team Capital Market Analysis di Allianz Global Investors nel quale si analizzano gli elementi strutturali alla base delle positive performance delle imprese statunitensi, risulta interessante.

In un contesto che vede gli investitori giocoforza catalizzati dal livello di indebitamento, un primo punto di forza delle imprese statunitensi, escludendo il settore finanziario, è rappresentato dal fatto che negli ultimi 10 anni sono riuscite a mantenere il debito su livelli pressoché stabili negli ultimi 10 anni. In alcuni casi sono persino riuscite a ridurlo rispetto all'inizio della crisi finanziaria. "Il debito delle imprese in rapporto al Pil, escluso il settore finanziario, resta pressoché invariato al 70% circa", incalza da subito Dennis Nacken, Senior Capital Market Analyst di Allianz Global Investors, evidenziando come "se esaminiamo la situazione patrimoniale delle imprese statunitensi notiamo inoltre che, nel complesso, dispongono di abbondante liquidità".

Non si tratta di un fattore da poco. Nello stesso periodo, il debito pubblico e degli enti locali Usa in rapporto al Pil è aumentato dal 50% del 2002 a circa il 100% di fine 2011. A riprova della generale solidità del mondo corporate statunitense vi è un'evidenza. "Se l'anno scorso gli Stati Uniti hanno perso la loro tripla A, 4 grandi imprese a stelle e strisce vantano ancora il più alto livello di merito creditizio", segnala nel suo studio Nacken. Considerando che sono solo 9 le aziende al mondo hanno il privilegio di avere un rating tripla A, ben il 44% porta la bandiera Stars and Stripes.
Un altro elemento di forza del mercato finanziario americano è rappresentato dall'attuale quadro macroeconomico. In un contesto in cui in Europa vi è un generalizzato senso di sfiducia, l'economia americana sembra uscita intatta dalle crisi internazionali. "In questa direzione vanno diversi indicatori del sentiment economico", argomenta l'economista facendo riferimento al Pil, cresciuto nel primo quarto dell'1,9% su base annua, o alla produzione industriale e all'utilizzo della capacità delle imprese che continua ad aumentare.

"Con la ripresa dell'economia, la situazione nel mercato del lavoro è migliorata sensibilmente dalla scorsa estate e prevedibilmente stimolerà i consumi", sostiene Nacken secondo cui "oggi ci sono anche forti segnali di ripresa del mercato immobiliare e i nuovi ordini di beni strumentali sono alti, nonostante la riduzione dell'aliquota di ammortamento dal 100% al 50%".

Lo stesso processo di internazionalizzazione gioca inoltre un ruolo fondamentale. Le imprese statunitensi internazionali hanno beneficiato della recente timida ripresa nel Paese, ma da tempo hanno smesso di fare affidamento solo sull'economia locale. "Grazie a un tasso di esportazione del 40%, le società americane quotate nell'S&P500 negli ultimi anni hanno approfittato della ripresa dei Paesi in crescita e di conseguenza, anche grazie ai tagli ai costi operati dopo la crisi finanziaria, gli utili delle imprese ponderati in base all'indice S&P 500 nel 2011 sono saliti a livelli record" rimarca con convinzione l'economista ricordando come secondo gli analisti anche "quest'anno continueranno a salire".

Naturalmente non è tutto oro quello che luccica. E' sì vero che gli Stati Uniti stanno comunque crescendo, ma lo stanno facendo sotto la soglia media di lungo periodo che si aggira intorno al 3,5%. A questo si deve aggiungere che la disoccupazione sopra l'8% e il rapporto debito/Pil a circa il 100% sono valori troppo elevati. "Per questa ragione a mio avviso dopo le elezioni presidenziali del prossimo autunno, l'agenda dei lavori punterà sul consolidamento del bilancio nel 2013", ipotizza a riguardo il Senior Capital Market Analyst di Allianz Global Investors, secondo cui "la riduzione del debito sarà un processo che durerà diversi anni e gli investitori probabilmente dovranno abituarsi a una crescita economica minore negli Stati Uniti e a una maggiore volatilità dei cicli economici".

Certo, per far fronte a queste sfide l'America potrà contare su un fattore di forza relativamente nuovo ma capace di generare un vantaggio competitivo nel lungo termine, in particolare ai settori a uso intensivo dell'energia (aziende chimiche, aerospaziali, materiali di base e acciaio): il costo del gas molto basso rispetto al resto del mondo. "A fine marzo 2012 il gas misurato in BTU (unità termica britannica) costava solo 2,3 dollari per milioni di BTU negli Stati Uniti, mentre il prezzo era tra cinque e sette volte più alto in Europa (11,40 dollari), India (14,00 dollari) e Giappone (15,90 dollari)" chiosa in conclusione del suo studio Dennis Nacken, ricordando come non vada mai dimenticato che "gli Stati Uniti non sono soltanto la principale potenza economica globale ma anche il mercato finanziario più ampio e più liquido al mondo".

Una veloce dimostrazione? Gli Stati Uniti rappresentano circa il 48% della capitalizzazione del mercato azionario globale. Detto in altri termini, quasi un dollaro su due investito nei mercati azionari viene impiegato in azioni di imprese americane. Il dato in Europa è solo del 23% circa, valore che scende addirittura al 3% per la tanto osannata Germania.

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