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Asset allocation, i gestori aumentano la quota di liquidità nei fondi

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Sui mercati finanziari prevale la prudenza. È quanto emerge dal report settimanale di asset allocation a cura di Corrado Caironi, investment strategist di R&CA Ricercaefinanza.it.

Continua la rotazione nei fondi

Per i mercati finanziari il mese di marzo si è presentato alquanto incerto tanto che molti gestori stanno intervenendo sui loro portafogli con una strategia in rapida evoluzione. A rompere l’incantesimo della visione positiva di medio termine sui risky asset non sono più i temi della crescita economica zoppicante o il processo del ‘tapering’ statunitense, ma alcune considerazioni geopolitiche (es. sanzioni alla Russia dopo la crisi ucraina), la neoliberalizzazione finanziaria in Cina (es. tassi sui depositi e ampliamento della banda di oscillazione dello yuan), l’incertezza dell’esito delle elezioni politiche in India, ma anche rischi politici in Tailandia, Turchia, Sud Africa, Nigeria, Argentina e Brasile. Dai sondaggi i gestori dichiarano un tasso di liquidità dei portafogli superiore al 4,5% in una logica Contrarian ai Risky Asset. Continua il netto ‘sottopeso’ dei mercati emergenti, mentre si assiste per la prima volta dopo 15 mesi ad un nuovo minimo nell’esposizione azionaria. Anche l’esposizione all’azionario giapponese è passata in sottopeso dopo 12 mesi, mentre l’Eurozona mantiene l’overweight. La rotazione settoriale ha visto il netto spostamento dal settore finanziario verso settori più difensivi quali Consumer Staples ed Energy. Il settore che rimane al vertice delle preferenze è ancora quello della Tecnologia.

High Yield – Usa rispetto a Emerging Markets

Nell’asset allocation di un portafoglio globale, il mondo degli high yield è stato uno dei più importanti portatori di performance. Negli ultimi tre anni la volatilità di questa classe di attivo è diminuita a quasi un quarto di quella azionaria, mente i ritorni annualizzati sono stati di un solo punto inferiore: 9,3% high yield rispetto al 10,4% dell’azionario. Allo stesso tempo le valutazioni dei bonds HY “ad alto rendimento”, sono divenute sempre più ‘tirate‘: quattro anni fa, il rendimento medio sul peggiore e lo spread medio rispetto al peggiore dell’indice JPMorgan erano rispettivamente 8,97% e 683bps: oggi siamo a 5,57% e 443bps. In verità il rischio default è sceso, mentre l’appetito per il rischio ha portato grandi flussi di investimento, agevolando le emissioni e rendendo molto liquido il mercato. Ma una ritrovata attenzione al premio per il rischio è doverosa e anche la prospettiva di una minore liquidità. Gli analisti hanno iniziato a distinguere le due grandi aree del mercato: quella statunitense, la più grande al mondo con 1,5 trilioni di dollari, e quella dei mercati emergenti (450 mld di dollari) la più importante in termini di espansione. I rendimenti Usa sono continuati a restringersi nonostante il ‘tapering’ che però non ha ancora visto il tanto ‘chiamato’ aumento di rendimenti dei Treasury Usa, mentre gli EM High Yield rimangono più appetibili anche se infarciti di debito sovrano locale che oggi sembra meno interessante tra svalutazioni valutarie e prospettive di rallentamento economico. Rimane vero che le opportunità dovrebbero essere presenti più tra i mercati emergenti, visto che il ciclo statunitense potrebbe mantenere ormai stabile il livello di default della Corporate Usa, che risulta comunque ai minimi storici.

Secondo Caironi in una situazione più incerta potremmo invece trovare maggiori idee di investimento nel mercato dei bond High Yield emergenti, pur tuttavia le indicazioni degli strategist non vedono ancora una chiara prospettiva, ponendo l’attenzione alla congiuntura economica e politica ancora opaca.