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Argentina respinge la richiesta della Corte suprema Usa. De Kirchner, è una estorsione

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Braccio di ferro tra Argentina e Stati Uniti sulla questione del pagamento dei bond andati in default nel 2001. Da una parte la sentenza della Corte suprema americana, che ha respinto l’appello del Paese sudamericano, imponendogli di pagare 1,3 miliardi di dollari ai fondi hedge che non avevano aderito al concambio. Una sentenza che suona come un rintocco di morte, risvegliando lo spettro del fallimento 13 anni dopo quello del 2001. Dall’altra Buenos Aires, che respinge la nuova sentenza definendo la richiesta una vera e propria estorsione e i fondi hedge degli avvoltoi che speculano sulle spalle di un Paese in difficoltà.  
Ieri sera in un messaggio sulle reti nazionali la presidente dell’Argentina, Cristina de Kirchner, ha assicurato che il Paese è pronto ad onorare i debiti e che rispetterà la prossima scadenza dei rimborsi, il 30 giugno, per 900 milioni di dollari. Ma allo stesso tempo ha invocato il bisogno di una negoziazione, respingendo la richiesta della Corte suprema Usa. “La sentenza – ha detto il capo dello Stato dell’Argentina – mira a consolidare una forma di dominazione globale finanziaria”, che “va contro agli interessi non solo dell’Argentina, ma del 92% dei creditori” e del “sistema finanziario ed economico globale”. De Kirchner ha voluto ripercorrere le tappe che hanno portato al default del 2001 e le tappe successive che hanno dimostrato come l’Argentina abbia “una chiara volontà di negoziare”. Ma, ha detto la presidente, “dobbiamo distinguere ciò che è una negoziazione, da cosa è l’estorsione”. 
De Kirchner ha assicurato che il Paese non rischia il default sul debito ristrutturato, anche se nei giorni scorsi il governo aveva avvisato dell’impossibilità di far fronte a tutti i pagamenti, sia quelli in scadenza a fine mese che quei 1,3 miliardi di dollari ai fondi hedge. “Cerchiamo di crescere – ha concluso la presidente – e poi di pagare, perché i morti non pagano”.