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L’Argentina e i cicli stop and go (fondionline.it)

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Negli ultimi sessanta anni, l’Argentina ha dovuto affrontare numerosi shock positivi e negativi. L’economista Fernando Navaja individua la principale debolezza del paese nell’assenza di un’idea ben definita di crescita di lungo termine.
I cicli economici sono oscillazioni dell’attività aggregata dell’economia intorno alle sue tendenze di lungo termine. Quando i paesi crescono in modo sostenuto, la popolazione li percepisce come cicli di crescita. Quando la tendenza alla crescita è bassa o nulla, l’andamento dei cilci diventa simile a quello delle montagne russe. La storia economica argentina degli ultimi sessanta anni, presenta molte similitudini con quest’ultimo caso, tanto che i cicli di stop and go sono stati una rappresentazione fedele dell’andamento dell’economia domestica.

Lo studio dei cicli appartiene al campo dell’analisi macro- economica ed è avanzato – in modo particolare dagli anni di John Maynard Keines in avanati -con lo sviluppo di teorie che puntano a fornire una spiegazione della natura degli shock che li originano e dei meccanismi di trasmissione che li amplificano. Gli shock sono degli impulsi ‘nominali’, come una crisi finanziaria (quella messicana, per esempio), o reali (come un deterioramento dei prezzi dei prodotti destinati all’esportazione).

I cicli economici argentini sono stati talmente pronunciati – nel mezzo di una percezione di crescita misera – da convincere l’economista Fernando Navaja a formulare una tesi che suppone l’esistenza di una mentalità ciclica nella popolazione locale. Il peso di questa mentalità ciclica sarebbe tale da modificare e permeare la visione stessa della crescita economica. Dal 1945 ad oggi, il paese sudamericano ha sperimentato 21 fasi cicliche (boom e depressioni) inclusa quella odierna, iniziata nel 2002. Le durate di queste fasi sono state molto diverse, tra 1 e 4 anni (fatta eccezione per il periodo 1964- 1974) e corrispondono a diverse tipologie di shock economici. La tendenza, vale a dire la crescita registrata nel lungo periodo, è stata molto deludente (in media appena il 2,3% annuo o lo 0,8% annuo pro- capite), e non si è mai posizionata su livelli medi superiori al 4% ad eccezione degli anni Sessanta.

I periodi di boom sono stati favolosi solo per brevi periodi di tempo. I boom sono stati rappresentati da recuperi o segmenti ascendenti della stessa montagna russa. E l’elevato tasso di inflazione – che ha implicato una progressiva svalutazione della divisa per un totale di tredici zero- ha sempre accompagnato questi movimenti, con la sola eccezione degli anni Novanta. Navaja individua uno strappo violento dietro gli stop an go argentini: un’inconsistenza permanente tra la capacità di ripresa ciclica e il tasso di crescita sperimentato dall’economia nel lungo termine. Questo strappo opera seguendo due vie: un tasso di crescita talmente elevato da risultare squilibrato rispetto all’economia reale, o un tasso di crescita di lungo periodo che si sgonfia perchè si deprimono i meccanismi fondamentali degli investimenti e dell’accumulazione del capitale.

Tuttavia, secondo l’economista argentino gli stop and go – pur essendo un ingrediente fondamentale della storia economica del paese sudamericano – non costituiscono la spiegazione ultima delle crisi economiche. ‘Numerosi altri paesi fanno periodicamente i conti con shock simili’, ha affermato l’esperto, ‘ ma nessuno sprofonda nel baratro come il nostro’. L’economista si chiede se i cicli argentini trovino una causa attendibile nel comportamento dei principali agenti economici del paese, istituzioni in testa. L’assenza di un’idea ben definita di crescita di lungo termine è riscontrabile sia nel pessimismo di lungo termine (al quale le istituzioni locali si abbandonerebbero nei periodi di crisi profonda), sia all’euforia di breve termine (sulla quale le autorità si cullano nella speranza di poter crescere sempre a ritmi superiori all’8% annuo).

Navaja propone che un new deal di crescita continua, sostenuta e realistica, affondi le sue radici nella costruzione di istituzioni economiche formali (includendo quelle fiscali e monetarie che promuovono una stabilizzazione delle variabili micro- economiche). L’obiettivo è quello di individuare un modello che consenta al paese di trovare un equilibrio che gli permetta di crescere senza fretta ne pause. La dichiarazione anticipata della morte del ciclo economico, si è rivelata un grave errore durante la fase iniziale della convertibilità del peso. In quel caso, si volle vendere una regola monetaria dura come condizione necessaria e sufficiente per seppellire il ciclo economico. Attualmente, molti operatori sono convinti che la svalutazione del peso e il conseguimento di un superavit fiscale garantiranno il nuovo boom economico. Ma la realtà è molto più complessa. A cura di www.fondionline.it)