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Analisi dei settori industriali: equilibri finanziari a rischio per un’impresa italiana su dieci

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A quattro anni dall’avvio della grande crisi, molte imprese manifatturiere italiane si trovano oggi davanti a un bivio: rilanciare o perdere tutto. E’ la fredda realtà dei numeri a svelare la complessità della situazione. Se infatti nel 2012 l’industria italiana andrà incontro alla flessione di fatturato prevista nell’ultimo Rapporto “Analisi dei Settori Industriali” di Prometeia e Intesa Sanpaolo – superiore al 5% a prezzi costanti – oltre il 10% delle aziende italiane potrebbe trovarsi in una condizione di grave illiquidità (cioè quando la liquidità aziendale non è in grado di coprire il passivo del cash flow), anticamera per il fallimento o per l’iniezione straordinaria di risorse finanziarie fresche. Infatti, nell’ultimo decennio quasi un terzo delle aziende illiquide è poi andato effettivamente in default.

Un numero di imprese “a rischio” non troppo distante da quello del biennio 2008-’09, quando però le flessioni del fatturato erano state tre volte superiori, a dimostrazione di come molti dei limiti competitivi strutturali dell’industria italiana non siano stati risolti e risultino oggi aggravati da una concorrenza sempre più globale.

La % di imprese in grave condizione di illiquidità a fine 2012La percentuale di imprese in gravi condizioni di illiquidità a fine 2012 identifica chiaramente le diverse tipologie di settori e le caratteristiche delle imprese: i produttori di beni di consumo durevoli e più legati al mondo delle costruzioni sono infatti quelli con maggiori difficoltà, che arrivano a colpire circa un’impresa su cinque nell’automotive, nei mobili e nei prodotti e materiali per costruzioni, soprattutto di piccole dimensioni.

Per questi stessi settori e aziende la percentuale delle situazioni problematiche a fine 2012 potrebbe addirittura superare quella del 2009, con inevitabili ripercussioni e aggiustamenti verso il basso del numero di operatori e dei livelli occupazionali. All’opposto, i settori della filiera elettrotecnica e di alcune produzioni tipiche del Made in Italy come moda e alimentare presenterebbero le situazioni migliori, in particolare nelle imprese più grandi, capaci di competere sui mercati internazionali con brand, servizi di supporto e reti commerciali con solamente il 5% delle imprese in condizioni di difficoltà.

Nonostante l’aiuto offerto dai mercati nel biennio 2010-’11, con recuperi della domanda in gran parte dei settori e paesi, le imprese italiane non sono infatti riuscite a migliorare la propria redditività. Sempre dal Rapporto “Analisi dei Settori Industriali” di Prometeia e Intesa Sanpaolo, dall’osservazione di un ampio campione di bilanci relativi al 2011 emerge come i margini medi dell’industria italiana abbiano sofferto flessioni consistenti e diffuse a gran parte dei settori manifatturieri e delle tipologie aziendali.  Un sacrificio, quello sui margini, che se da un lato ha consentito a molte imprese di restare sul mercato rimettendo in moto i processi produttivi dopo lo stop del 2009, dall’altro ha però compromesso i già fragili equilibri finanziari di molte di esse e (ri)messo in luce il ruolo ancora strategico del fattore prezzo quando non si hanno a disposizione altre leve competitive.

Solo in pochi casi, rappresentati dai settori di punta dell’industria italiana sui mercati esteri e dalle imprese più internazionalizzate, le rinunce sul fronte dei margini attuate per difendere o conquistare quote sui mercati mondiali possono invece essere interpretate come una scommessa sul futuro e non come una mossa dettata dall’istinto di sopravvivenza.

Emerge dunque la necessità e l’urgenza per gran parte dell’industria italiana di sviluppare nuove strategie sostenendo investimenti organizzativi, produttivi e commerciali, sempre più su scala internazionale. L’assottigliamento delle risorse finanziarie proprie di molte imprese richiede però aiuti esterni per implementare tali innovazioni: il ruolo del credito è dunque cruciale, ma altrettanto lo è quello della politica industriale che può promuovere a paradigma gli esempi virtuosi che anche in questa fase non sono mancati.

Casi concreti, di imprese che hanno saputo coniugare efficienza e sviluppo, crescita e attenzione per lavoratori e ambiente, accomunati dall’uso di tutte le leve strategiche a disposizione e quindi da una visione ampia e completa delle criticità e delle possibili soluzioni.

Dalla tribolata storia post Lehman Brothers è possibile imparare due lezioni.

La prima è che i casi vincenti, così come quelli perdenti, sono presenti in tutti i settori industriali e annoverano tutte le tipologie di aziende, per dimensione e proiezione internazionale. La ricetta per risalire la china del possibile declino manifatturiero non è quindi unica, ma deve essere la migliore realizzabile con gli ingredienti a disposizione.

Tra gli ingredienti, e siamo alla seconda lezione, non è prescindibile quello della gestione finanziaria del fare impresa, da considerarsi a tutti gli effetti un’ulteriore leva strategica a disposizione delle aziende per il raggiungimento dei propri scopi.

E’ l’ennesima scommessa per l’economia del nostro paese, che richiederà l’impegno di tutti per poter mettere sul piatto della competizione globale il meglio che l’Italia industriale ha da offrire. Per rilanciare o perdere tutto, prima del prossimo “rien ne va plus”.