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L’America cresce meno del previsto, ma le Borse in Europa non si impensieriscono

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Niente da fare. Per il sogno americano c’è ancora tempo. Negli Stati Uniti la lettura definitiva sul Pil del terzo trimestre è stata rivista a +2,6% dal +2,5% annunciato in precedenza. Il dato reso noto dal dipartimento del Commercio è inferiore alle attese degli analisti, che avevano pronosticato una revisione a +2,9%. La correzione è dovuta all’andamento delle spese per consumi, salite meno di quanto stimato inizialmente, e a quello delle scorte delle imprese, cresciute invece più di quanto previsto.


Che la locomotiva americana non abbia ancora ritrovato smalto lo annunciano anche le richieste di mutui ipotecari crollate negli Usa del 19% la scorsa settimana, dopo che i tassi sui prestiti trentennali sono saliti ai massimi da sette mesi a questa parte. Si tratta della flessione più pesante dell’anno. Nel dettaglio, le richieste di mutuo per l’effettivo acquisto di un immobile hanno segnato un calo del 2,5%, mentre le domande di rifinanziamento sono diminuite del 25%. Il tasso medio sui mutui trentennali è salito al 4,85%, toccando i massimi da maggio scorso.

Ma anche l’Europa deve fare i conti con una situazione tutt’altro che facile. All’ombra del Big Ben c’è apprensione. Il tasso di crescita dell’economia della Gran Bretagna nel terzo trimestre è stato leggermente rivisto al ribasso da +0,8% a +0,7% rispetto ai tre mesi precedenti e da +2,8% a +2,7% rispetto al terzo trimestre 2009. È questa la lettura finale. Gli economisti puntavano sulla conferma della stima precedente. L’Ufficio Nazionale di Statistica britannico ha anche rivisto il dato sul Pil del secondo trimestre con una limatura a +1,1% dal +1,2% comunicato in precedenza.


Di fronte a questi dati, i listini europei reagiscono con una scrollata di spalle. In questo momento l’indice inglese Ftse segna un progresso dello 0,35% a 5.973 punti, mentre il Dax di Francoforte rimane intorno alla parità a 7.076 punti, insieme al Cac40 di Parigi, che mostra un calo dello 0,04% a 3.925 punti. A Milano Il ftse Mib segbna un +0,04% a 20.747 punti. Nelle sale operative segnalano che non c’è molta voglia di farsi sorprendere. “I volumi sono rarefatti, sono tutti in vacanza”, dicono alcuni sales. Uno strategist ricorda che le Borse non si sono allertate di fronte neanche ai ripetuti allarmi lanciati i giorni scorsi da Moody’s sulla solidità della Periferia.


Meglio sintonizzarsi sulla sinfonia della crisi. Il Financial Times ha chiesto a un compositore britannico di interpretare in musica gli anni della crisi finanziaria, dal boom della bolla immobiliare al crack dei mutui subprime. Julian Anderson, compositore in residence della London Philarmonic Orchestra, ha accettato la sfida. Il risultato è uno spartito in cinque movimenti che in dissonanza crescente raccontano l’euforia del boom e il crollo delle banche. Verso la fine il nome di John Maynes Keynes diventa un accordo che segnala ottimismo nel caos generale.


Ma non è ancora la fine: Anderson usa semitoni e il suono lamentoso di trombe e clarinetti per esprimere i timori di una nuova caduta. Ci sono affinità tra musica e mercati: “La musica, come ogni fenomeno naturale e un saliscendi. Lo stesso per i mercati”, spiega Anderson che ha passato gli anni del boom negli Stati Uniti, insegnando a Harvard, e a cui la crisi dei mutui ha lasciato un senso constante di ansia per gli effetti pratici sulla sua famiglia.