"Alla finanza serve una riforma radicale" - L'intervista di Claudio Kaufmann a Mario Noera

Inviato da Redazione il Lun, 03/05/2010 - 09:56
vicepresidente di Unicredit Private Banking e neopresidente dell'Aiaf, l'associazione degli analisti finanziari italiani. Che sull'albo dei consulenti indipendenti dice: "Ci crediamo molto, ma occorre che sia una cosa seria".
 
 
Mentre si agita lo spettro di un default greco e di un possibile contagio ad altri paesi Ue, Portogallo e Spagna davanti a tutti, prosegue il dibattito su come realizzare una "grande riforma" dei mercati finanziari affinché - come ha anche scritto l'autorevole Martin Wolf, editorialista del Financial Times - il credito e il mondo degli investimenti non si presentino come il luogo ideale dei "giocatori d'azzardo". Un azzardo, peraltro, quasi sempre consentito dalle leggi in vigore. Che fare dunque? Come evitare una catastrofe due, come quella che ha mandato al tappeto la finanza globale nel biennio 2007-2008, provocando la peggiore recessione degli ultimi 70 anni?
"Non ho dubbi - spiega Mario Noera, vicepresidente di Unicredi Privat banking e neopresidente dell'Aiaf, l'associazione italiana degli analisti finanziari - che la finanza debba essere riformata in modo radicale".
 
Si parla molto delle lezioni da trarre da quanto accaduto nel biennio nero della crisi della finanza mondiale: a suo avviso cosa abbiamo capito e cosa occorre fare?
La più importante lezione è che non si può governare a livello nazionale un'economia globale. Quindi anche le soluzioni devono avere una valenza transnazionale. In caso contrario si possono fare tutte le riforme che si vogliono, ma ci sarà sempre per qualcuno la possibilità di aggirare le nuove regole.
 
Resta il fatto che si discute molto ma non si è ancora deciso quasi nulla. E che, ad esempio, la cosiddetta "riforma Obama" incontra ostacoli di ogni tipo. Quindi?
Inizierei a fare chiarezza sui termini del dibattito. A fronte di posizioni molto articolate, vi sono principalmente due scuole di pensiero: la prima sostiene che l'autodisciplina dei mercati vada corretta, ma non snaturata. Ad esempio, si ritiene lecito che possano cambiare i requisiti di capitale o che vadano creati meccanismi anticiclici rispetto ai coefficienti che le banche devono rispettare. Ma qui si ferma. Diciamo pure che Basilea 3 viaggia in questa direzione, ed è principalmente imperniata su questa filosofia: che occorra cambiare alcuni parametri, ma rimanere nell'alveo di una fisionomia dei mercati finanziari non troppo dissimile da quella con la quale ci siamo misurati nel corso della grande crisi. Una seconda filosofia, di cui si fa ad esempio portatore Chris Dodd, il presidente della Commissione bancaria al Senato americano, chiede invece una svolta più forte. E cioè che sul mercato, per le banche in primis, valga il principio che chi sbaglia paga, che non vi possa essere una riforma che non inquadri esattamente il principio della penalità per chi rischia troppo. E' una posizione che personalmente condivido.
 
Ma questa seconda posizione non obbliga a risolvere la questione del "too big to fail"? In altre parole, che fare con le banche troppo grandi per fallire?
E' proprio questo il punto. Non ci devono più essere banche troppo grandi per fallire. Questo non significa fare degli spezzatini, ma creare regole chiare e non aggirabili sotto il profilo del rischio. Ad esempio, limitare la crescita delle banche tramite M&A, oppure rendere operativa la cosiddetta "Volcker rule", cioè la regola che dovrebbe impedire a chi raccoglie depositi di utilizzarli per fare, in estrema sintesi, la banca d'investimento. O meglio la banca che "gioca d'azzardo" sapendo che poi se va male il conto lo pagano altri. Insomma bisogna mettere al centro la riduzione del rischio, poi si può discutere su come realizzarla. Ma non devono essere pannicelli caldi.
 
Il dibattito cui le ha accennato si svolge negli Usa, ma ovviamente andrebbe fatto anche per l'Europa?
Certamente, anche se non si può prescindere da come sono organizzati diversamente i sistemi. In Europa non è certo facile pensare ad una divisione e ad una frammentazione del modello di banca universale. E, in tal senso, in Basilea 3 vi sono i germi per una possibile risposta positiva al tema. Penso ad esempio alla proposta che tutte le attività con scadenza superiore all'anno debbano essere sostenute da finanziamenti protratti nel tempo. Si tratta, in primo luogo, di evitare squilibri nei bilanci e di porre limiti alla leva.
 
E sui Cds?
Condivido perfettamente l'opinione che vadano regolati, cioè quotati su mercati regolamentati e che debbano essere disincentivati gli scambi Otc.
 
Voltiamo pagina e parliamo dell'Italia. In una delle sue prime prese di posizione come neopresidente dell'Aiaf ha parlato della nascita dell'Albo dei consulenti indipendenti nel nostro paese. Salvo ulteriori ritardi,l'Albo dovrebbe vedere la luce nel 2010. Quale ruolo indica per l'Aiaf?
Sono fortemente convinto che la consulenza indipendente, in ogni modo praticata, può essere un grande veicolo di innovazione. Occorre che venga giocata bene, non basta continuare a ripetere che ci vorrebbe più cultura finanziaria da parte dei risparmiatori. Io credo in una filosofia che traduco in uno slogan: la professione di "avvocato finanziario" del cliente può essere il veicolo di una dialettica positiva con gli intermediari. In altre parole credo nella nascita di un consulente che, come l'avvocato, sta dalla parte del suo cliente e ne ricava il proprio guadagno. Ciò può essere positivo anche per gli intermediari finanziari, perché oggi la tutela del risparmiatore è affidata a procedure onerose tutte a carico degli intermediari, sui quali grava l'onere della prova di avere consigliato il cliente in modo adeguato al suo profilo e alle sue esigenze personali. Si parte dall'idea che il cliente non sappia nulla e l'intermediario debba sapere tutto. E' un meccanismo sbilanciato, che va superato.
 
Quindi come procedere?
L'albo deve diventare un presidio di indipendenza da conflitti di interesse e di professionalità. In tal senso l'Aiaf, per le competenze che rappresenta e la sua tradizione si candida a stare nell'organismo che lo gestirà. Il motivo è semplice: Aiaf ha una lunga esperienza nella certificazione professionale anche a livello internazionale. Ciò che desideriamo è che la nuova figura di consulente indipendente sia una cosa molto seria, perché noi ci crediamo molto.
 
 
Contenuto tratto da www.itforum.it
 
 
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