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All-in su Treasury e Bund avalla incubo recessione globale, anche Btp seguono l’onda 

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Giravolta a 360 gradi rispetto a 12 mesi fa. Se a dicembre 2017 gli investitori era all-in sull’azionario, la bolla Bitcoin era all’apice (quasi 20 mila $ il 19 dicembre 2017 rispetto ai 3.000 $ a cui è scivolato ora), mentre dominava la cautela sulle obbligazioni. Un anno dopo, tutto si è capovolto: Wall Street è reduce da due mesi e mezzo molto difficili ed è in corsa per il peggiore dicembre dal 1931, la maggioranza dei titoli dell’S&P 500 è entrata in mercato Orso (oltre -20% dai massimi a 52 settimane) e i Sell colpiscono soprattutto i settori ciclici quali tecnologici e industriali.

 

Tutta colpa della Fed, tuonano in molti, a partire dal presidente statunitense Donald Trump, ma i timori recessivi a livello globale hanno le loro radici anche in altro. L’escalation della guerra sui dazi fomentata dallo stesso Trump ha infatti eroso nel corso del 2018 la fiducia circa le prospettive economiche, la Cina e l’Europa stanno rallentando in maniera preoccupante. E gli Usa rischiano di vivere un 2019 in brusca frenata.

 

Il sondaggio di BofA Merrill Lynch tra i gestori ha rilevato a dicembre il più alto tasso di rotazione di un mese in obbligazioni: l’esposizione ai bond è aumentata di 23 punti percentuali rispetto al sottopeso netto del 35% precedente. Allo stesso tempo gli investitori hanno scaricato titoli azionari in tutto il mondo.

I gestori di fondi stanno quindi cercando protezione da un possibile scenario avverso di fine del ciclo economico positivo. In tal senso un indizio lo si trova anche nell’appiattimento della curva dei tassi negli Stati Uniti.

 

 

 

Inversione della curva ha sempre anticipato ultime recessioni

Oggi lo spread di rendimento tra Treasury a 2 anni e quelli a 10 anni è sceso sotto i 10 punti base, livello più basso dal 2007, ossia prima che la crisi Lehman portasse alla recessione globale.

 

L’inversione della curva è generalmente riconosciuto come un segnale affidabile di una recessione in arrivo. Questo vale in generale, anche se “le curve dei rendimenti non provocano le recessioni, pur essendo un buon indicatore della relativa restrittività della politica monetaria, che nel tempo condiziona l’economia reale”, argomenta Ken Orchard, co-gestore del fondo Diversified Income Bond, T. Rowe Price.

I dati mostrano che le cinque recessioni avvenute a partire dal 1976 sono sempre state precedute da inversioni della curva durate per un tempo significativo – tipicamente almeno 10 mesi. “In tutti questi casi, la curva è poi tornata ad essere ripida prima che iniziasse la recessione”, specifica Orchard.

Btp avanti tutta: tasso sceso di quasi 100 pb dai massimi

Sull’obbligazionario sta andando in scena un deciso restringimento dei rendimenti con acquisti su Treasury, Bund e anche titoli di stato della periferia d’Europa, compresi i Btp.

Il rendimento Bund decennale che questa mattina ha toccato i minimi a 20 mesi a quota 0,21%, che quelli periferici. Il Btp decennale rende al momento il 2,73%, sui minimi da inizio agosto e in ribasso di quasi 100 pb rispetto ai picchi del 18 ottobre scorso (3,68%). Lo spread si muove poco sopra i 250 pb dopo aver toccato un minimo a 248 pb.

Il restringimento dello spread va avanti ormai da un mese, ossia da quando il governo italiano si è mostrato aperto a trovare una soluzione di compromesso con l’Ue abbandonando l’arrocco sul deficit a quota 2,4%. Ieri l’UE ha confermato che la nuova bocca della Manovra 2019 permette all’Italia di evitare il pericolo dell’avvio di una procedura di infrazione

Fed presto sarà costretta a invertire rotta?

Il Treasury a 10 anni rende il 2,75%, sui minimi dallo scorso maggio. Tra gli investitori regna il timore che l’operato della banca centrale Usa vada a intaccare la crescita della maggiore economia mondiale. Jerome Powell ha provato nella conferenza stampa di ieri sera di usare toni più cauti sul futuro andamento dei tassi, ma ciò non è bastato ad evitare una nuova ondata di vendite sull’azionario. Il mercato monetario non sembra credere alla Fed, tant’è che per il 2019 ha quasi annullato le aspettative di un rialzo, mentre per il 2020 ha iniziato a prezzare addirittura un taglio del costo del denaro.

Ieri la Federal Reserve ha alzato i tassi di 25 pb, in linea con le attese, e ha abbassato le stime sulla crescita del Pil 2018 e 2019. L’istituto centrale guidato da Jerome Powell ha tuttavia rivisto al ribasso le stime sulle strette monetarie del 2019 dalle precedenti tre a due.