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Alitalia: ipotesi Lufthansa con 9.000 tagli. Mediobanca: quei 7,4 miliardi costati allo Stato

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Sbarrata la strada del salvataggio, esclusa a priori l’ipotesi della nazionalizzazione, ad Alitalia non resta che aggrapparsi a un prestito ponte da parte del governo, che il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda quantifica in 300-400 milioni di euro, e sperare di essere venduta al miglior acquirente.

Calenda ha illustrato l’iter previsto a questo punto per la compagnia aerea. Una volta chiesta dall’azienda l’amministrazione straordinaria, “il governo nominerà uno o più commissari, come previsto dalla legge, che avranno 6 mesi per portare avanti il processo di cessione degli asset in modo ordinato senza danneggiare i viaggiatori e la mobilità”.

Ovviamente, la strada del prestito ponte, dunque una iniezione di soldi pubblici nel gruppo – aiuti di Stato – dovrà ricevere l’ok preventivo di Bruxelles. E la Commissione Ue ha mostrato un’apertura, precisando tuttavia che i piani devono essere in linea con la normativa attuale.

Per il governo, il prestito ponte ha il compito di garantire l’operatività dell’azienda e sarebbe effettivo fino alla scelta, da parte del commissario che dovrà gestire il processo di amministrazione controllata, di un nuovo acquirente.  Nuovo acquirente che, secondo le fonti che circolano nella stampa italiana, porterebbe il nome di Lufthansa. Una tale soluzione potrebbe essere tuttavia una decisione che si concretizzerebbe in un maxi taglio della forza lavoro attuale di Alitalia.

Indiscrezioni riferiscono di un interesse di Lufthansa ad acquistare Alitalia una volta fallita. La compagnia aerea verrebbe dunque svenduta e neanche tutta. Il gruppo tedesco potrebbe essere infatti interessato soltanto agli aerei di proprietà che, come ricorda il Corriere della Sera, sono solo un terzo di quelli che Alitalia ha in dotazione. Inoltre, l’opzione Lufthansa assorbirebbe solo 3.000 dipendenti su 12.000. Il che significa che il resto, 9.000 dipendenti, verrebbero tagliati.

Handelsblatt scrive intanto proprio nell’edizione odierna che fonti vicine alla compagnia aerea tedesca avrebbero negato un potenziale interesse a rilevare Alitalia, anche in parte, da parte del gruppo tedesco.

E la ricerca di acquirenti è considerata vitale, come ha sottolineato anche il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Graziano Delrio, che nelle ultime ore ha affermato come la vendita rimanga l’unica strada percorribile con l’amministrazione straordinaria.

“Penso che possa essere venduta tutta insieme, senza spezzatino. Il governo farà tutto quello che è possibile fino a che non si trova una strada con un nuovo progetto industriale”, ha spiegato il ministro.

Ipotesi nazionalizzazione bocciata, dopo che lo stesso ministro Calenda nei giorni scorsi ha ricordato che la crisi della compagnia aerea è costata in 40 anni 7,4 miliardi di euro alle casse dello Stato.

L’AGi riprende a tal proposito uno studio di Mediobanca, che analizza due periodi: quello compreso tra il 1974 e il 2007, quando Alitalia venne commissariata; e quello tra il 2008 e il 2014.

 

Nel primo periodo, “lo Stato ha speso 5,397 miliardi di euro (a valori del 2014) tra aumenti di capitale (4,949 miliardi), contributi (245 milioni), garanzie prestate (8 milioni) e altri contributi pubblici (195 milioni). Nello stesso periodo Alitalia, tra collocamenti e negoziazioni, imposte e dividendi ha generato introiti per lo Stato pari a 2,075 miliardi di euro. Il saldo è in negativo per 3,322 miliardi. Nel 2008, il governo Berlusconi fece fallire la vendita di Alitalia a Air France-KLM in nome della salvaguardia dell’italianità dell’azienda. Così la compagnia venne smembrata in una bad company, coi settori in perdita e i debiti, a carico dello Stato e una good company, che venne venduta alla CAI, la società fondata dai “capitani coraggiosi”, Da allora fino al 2014 lo Stato ha speso 4,1 miliardi per Alitalia”.

La divisione studi e ricerche di Mediobanca precisa:

“Nel 2008 il governo da poco eletto ha infatti subito erogato un prestito di 300 milioni per impedire il fallimento immediato della società. Poi, tra operazioni sui titoli e interventi sui salari e sulla cassa integrazione, lo Stato ha speso 2,5 miliardi di euro. Per raggiungere il totale vanno aggiunti altri 1,2 miliardi di passivo patrimoniale e 75 milioni versati da Poste Italiane (allora società interamente pubblica) a CAI”.

“Sommando dunque i 4,1 miliardi del periodo 2008-2014 ai 3,3 del periodo 1974-2007 si arriva al totale di 7,4 miliardi menzionati da Calenda. A questi inoltre si potrebbero aggiungere anche i costi pubblici degli anni successivi. Nel capitale di Alitalia è infatti presente Poste Italiane, una società oggi pubblica al 60% e che lo era al 100% nel 2013 quando entrò nella compagnia aerea. Considerate le perdite della gestione CAI – 25 milioni di euro al mese, peggio di quanto non facesse Alitaia quando era una compagnia pubblica – e i seguenti aumenti di capitale necessari, le ricadute su Poste Italiane sono state sicuramente negative”.