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Alitalia, ipotesi aiuti Stato ma no salvataggio. Analista: prima esce dal mercato, meglio è

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Alitalia: un salvataggio pubblico è davvero un’utopia? Stando alle parole di Graziano Delrio, ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, sì: dopo la bocciatura del pre-accordo siglato la scorsa settimana tra l’azienda e i sindacati, confermata con i risultati del referendum con cui i dipendenti sono stati chiamati a esprimersi sul piano, l’unica strada sembra il commissariamento, con il rischio di una successiva liquidazione. D’altronde, era stato questo lo scenario prospettato per la compagnia aerea.

Il sì dei lavoratori al piano era la condizione sine qua non per la ricapitalizzazione della compagnia aerea. Ora che l’immissione di nuovi mezzi freschi è saltata, per il governo non ci sono alternative.  Così il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda ha descritto la situazione attuale:

“La cosa più plausibile è che si vada verso un breve periodo di amministrazione straordinaria che si potrà concludere nel giro di 6 mesi o con una vendita parziale o totale degli asset di Alitalia oppure con la liquidazione. Se ci saranno aziende interessate a rilevarla questo è tutto da vedere, è prematuro”.

A tal proposito, diverse volte è stato fatto il nome della tedesca Lufthansa: intervistato da La Stampa, il ministro Delrio ha risposto, interpellato su un eventuale vendita alla compagnia tedesca, che non esiste nessuna preclusione, sottolineando tuttavia che le “decisioni spettano agli azionisti” e che “la palla è nelle loro mani”.

Sicuramente, afferma il ministro, “il nostro intervento servirà ad evitare il fallimento. L’azienda verrà venduta al miglior offerente come sta accadendo con l’Ilva. Ma se prima del referendum c’era la garanzia di una nuova ricapitalizzazione, ora il rilancio diventa molto più complicato. Alitalia è indebolita dall’esito del referendum e i concorrenti non faranno regali”.

L’opzione dei soldi pubblici è totalmente preclusa? Delrio sottolinea come, a questo punto, non si possa più tornare indietro e tutti escludono un salvataggio sotto forma di nazionalizzazione. Per ora c’è una liquidità che dovrebbe evitare il blocco totale delle attività della compagnia aerea:

“Il decreto di correzione dei conti appena entrato in vigore mette a disposizione 300 milioni di garanzie pubbliche. La cifra a disposizione per far volare gli aerei è quella, se sarà necessario stanziare altro lo valuteremo. Ma ripeto: si tratterà solo di accompagnare l’azienda o parte di essa verso un altro azionista privato”.

E lo scenario che si profila è tra i peggiori. Fonti parlano di un piano con cui Alitalia sarebbe fatta a pezzi, e venduta in sei mesi al miglior offerente, o forse meglio dire svenduta, in quanto si tratterebbe di una vendita a prezzi da saldo.

Nella giornata di ieri, il cda di Alitalia  “data l’impossibilità di procedere alla ricapitalizzazione” ha “deciso di avviare le procedure previste dalla legge e ha convocato un’assemblea dei soci per il 27 aprile al fine di deliberare sulle stesse”. Il consiglio di amministrazione ha tenuto a precisare che “il programma e l’operatività dei voli Alitalia non subiranno al momento modifiche”.

Intanto Calenda, riferendosi all’opzione degli aiuti di Stato, ricorda che “l’Unione europea può dare per un periodo di tempo limitato” il via libera a un aiuto pubblico “per un orizzonte di 6 mesi, a condizioni molto precise che negozieremo sotto forma di prestito”.  Un aiuto pubblico che Calenda ha definito “ponte finanziario transitorio” e non “una nazionalizzazione”.

Eppure c’è qualcuno che non vede una uscita di scena di Alitalia dal comparto come una grande perdita. Tutt’altro: intervistato dal Financial Times Andrew Charlton, analista del settore aereo, ha commentato:

“l’Europa ha troppe compagnie aere e prima ci sbarazziamo di compagnie aeree come Alitalia, meglio sarà. Alitalia è come Lazzaro con un doppio bypass. E’ morta ma non è ancora stesa”.

Mentre, intervistato da La Repubblica, il ministro del Lavoro Giuliano Poletti non fa tanti giri di parole, affermando che ora, a “rischio” sono circa 20mila lavoratori: oltre ai 12.500 dipendenti della compagnia, ci sono infatti anche gli ottomila dell’indotto.

A questo punto, “dobbiamo innanzi tutto mettere in conto i costi della cassa integrazione che la amministrazione straordinaria potrà richiedere secondo la legge. Sarà il commissario a decidere quanti dipendenti vi andranno e per quanto tempo. E poi si dovrà provvedere in tempi rapidi ad un prestito ponte che assicuri almeno per sei mesi la liquidità necessaria all’Alitalia per operare. Tra ammortizzatori e prestito, sia pure a titolo oneroso per non incorrere nelle obiezioni Ue di aiuto di Stato, credo che si arrivi effettivamente intorno a un miliardo”.

E ai lavoratori e anche alcuni politici che si chiedono come mai il governo si stia accanendo a rifiutare l’opzione nazionalizzazione, quando con il decreto salva-banche ha assicurato aiuti alle banche per 20 miliardi, Poletti risponde: “ai contribuenti Alitalia è costata 7,4 miliardi nel corso degli anni, ben prima dell’intervento sulle banche. Mettere in sicurezza le banche significa poi tutelare tutti i risparmiatori e la tenuta del sistema finanziario“.