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Alan Greenspan: ‘investitori si preparino al peggio’. Oggi la Fed, cresce fronte contro rialzo tassi

L’ex banchiere centrale non intravede il rischio che la Fed ceda alle pressioni di Trump. “Noi ascoltiamo – ha detto, riferendosi all’atteggiamento dei governatori delle banche centrali – a volte …

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Gli Stati Uniti rischiano una “stagflazione”, situazione caratterizzata da un elevato tasso di inflazione e di disoccupazione, simile a quella degli anni ’70. “Quanto durerà o quanto grande sarà, è difficile da dire”. Ancora: “il mercato toro è finito: l’ex presidente della Federal Reserve Alan Greenspan rilascia un’intervista alla CNN, parlando di economia e di mercati e non risparmiando un avvertimento agli investitori:

“Sarebbe molto sorprendente assistere a questo punto a una sorta di stabilizzazione (dei mercati) e dopo a un nuovo rialzo”. Certo, “i mercati potrebbero salire ancora, ma alla fine di quel rialzo, dovete correre, correre per avviare coperture“.

Alan Greenspan: Investors should prepare for the worst“. Nell’intervista alla Cnn l’ex timoniere della Federal Reserve manifesta tutto il suo lato bearish: “Gli investitori dovrebbero prepararsi al peggio”.

Le dichiarazioni – proferite alla vigilia dell’annuncio della Fed sui tassi, che arriverà nella giornata di oggi – riportano alla mente la famosa frase di venti anni fa quando il banchiere, riferendosi agli acquisti scatenati sui titoli hi-tech che si tradussero alla fine nell’esplosione della bolla dot-com, parlò di “esuberanza irrazionale”.

Negli ultimi anni, Alan Greenspan ha continuato a lanciare diversi alert: tra cui quello relativo alla formazione di due bolle, di cui ha parlato all’inizio del 2018.

Occhio anche a quando disse: Così l’Eurozona non funziona

C’è da dire comunque che sono molti gli strategist ed economisti a non ricordare con piacere i tempi in cui Greenspan fu numero uno della Banca centrale Usa: il teorico del Cigno Nero Nassim Taleb lo ha definito per esempio un boss della Federal Reserve che, insieme a Bernanke, “ha compreso alla fine poco della realtà empirica”.

Sicuramente il più controverso tra tutti i governatori che si sono seduti nello scranno più alto della Fed, Greenspan è stato il tredicesimo presidente della Banca centrale americana, nominato prima dall’ex presidente americano Ronald Reagan poi da George H. W. Bush, Bill Clinton, George W. Bush.

Il suo mandato è durato più di 18 anni, dal 1987 fino al 2006, quando venne poi sostituito da Ben Bernanke.

Le sue dichiarazioni arrivano in un momento molto cruciale per l’indipendenza della Federal Reserve, assediata da mesi dagli attacchi di Donald Trump, che si sono ripresentati nelle ultime ore in modo ancora più invasivo, tanto da portare diversi investitori a chiedersi se il rialzo dei tassi tanto atteso per la giornata di oggi (il quarto del 2018, che dovrebbe portare i tassi sui fed funds al range compreso tra il 2,25% e il 2,50%) davvero ci sarà.

Segnali di rallentamento dell’economia globale, d’altronde, non mancano, e gli stessi mercati azionari stanno scontando il peggioramento dei fondamentali. Lunedì scorso, l’indice S&P 500 ha chiuso al minimo record dall’ottobre del 2017, mentre il Dow Jones  è capitolato durante la sessione di oltre 600 punti base.

A tal proposito Greenspan ha affermato che “la volatilità è una funzione del modo in cui parliamo, pensiamo e sentiamo. E’ una variabile. E’ così e sarà sempre così, a meno che non arriverà prima o poi qualcosa che cambierà in modo radicale la natura umana e il modo in cui risponderemo agli eventi. Bisogna pensare a questo, se si vuole capire il modo in cui funzionano i mercati”.

Ora, guardando alla situazione attuale, l’ex governatore ritiene che il fattore chiave che sta sostenendo la volatilià del mercato sia “il rialzo pronunciato dei tassi di interesse di lungo termine, su base reale“.

Di conseguenza, a suo avviso, l’economia americana potrebbe essere destinata a soffrire per l’appunto una fase di stagflazione, che lui definisce “un mix tossico”, in quanto caratterizzata da elevati tassi di inflazione e di disoccupazione.

Volatilità a parte, “il leverage è un disastro per i mercati…cerchiamo sempre di evitarla, ma falliamo ogni volta”.

La prossima crisi, a suo avviso, potrebbe essere così scatenata da un asset tossico. “Gli asset tossici ci sono sempre, l’incognità è quali siano. E ora…è difficile capirlo”.

Non pochi investitori sorrideranno ironicamente a sentire il banchiere proferire queste parole, visto che Alan Greenspan è ricordato da molti come l’ex numero uno della Fed che è stato responsabile della crisi finanziaria del 2008, per la sua politica monetaria estremamente accomodante che si è tradotta in tassi bassi per un periodo di tempo troppo lungo.

Quei tassi, spiegano, hanno alimentato la bolla del mercato immobiliare e un appetito verso il rischio che ha prima creato e poi fatto crollare un gigantesco castello di carta (straccia).

Intanto, si allarga la platea degli economisti che si dicono contrari a un ennesimo rialzo dei tassi di interesse da parte della Fed di Jerome Powell.

Intervenuto nella trasmissione Quest Means Business della Cnn, il premio Nobel dell’economia Paul Krugman si è per esempio così espresso:

“Mi trovo nella posizione peculiare di pensare che la Fed non debba alzare i tassi, ma non debba ascoltare neanche il presidente, e questa è una posizione difficile. Ci sono ragioni piuttosto buone per non alzare i tassi ora. Ma se la Fed non alzerà i tassi in questo meeting, darà l’impressione di poter essere bullizzata”.

Alan Greenspan non intravede il rischio che la Fed ceda. “Noi ascoltiamo – ha detto, riferendosi all’atteggiamento dei governatori delle banche centrali – a volte con rispetto, altre volte senza. Ma cambiamo per caso la nostra politica (monetaria?) No”.

Fatto sta che il dilemma di Jerome Powell non è cosa da poco: dopo gli attacchi ripetuti di Trump, che ha definito la Fed addirittura un pericolo peggiore della Cina, c’è il rischio che Powell & Co. decidano di alzare i tassi proprio – o solo? – per rivendicare la loro indipendenzai.

La speranza è che il rialzo dei tassi non si limiti ad avere un valore dimostrativo, visto che segnali di indebolimento dell’economia ci sono e che dunque, in questo contesto, un errore della Fed potrebbe costare caro all’economia, e non solo degli Stati Uniti. Dando alla fine ragione a Trump.