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Affari: tornano le fusioni nel settore farmaceutico

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Dopo un decennio di fusioni che hanno cambiato la mappa dell’industria farmaceutica, le operazioni corporative sono tornate di moda nel comparto con l’Opa ostile lanciata dalla tedesca Merck sulla connazionale Shering. L’Opa ha segnato l’inizio di un processo di concentrazione tra le aziende di medie dimensioni dell’area Ue. Secondo i responsabili dell’industria farmaceutica europea, la crescita dimensionale sarebbe la migliore soluzione a disposizione delle imprese continentali per affrontare la perdita di introiti e margini derivanti sia dalle politiche di contenimento della spesa sanitaria nell’Unione Europea, sia dal rincaro delle attività di I+D.

Molti analisti del settore sono convinti che il Vecchio Continente abbia perso la battaglia della competitività nei confronti dell’industria farmaceutica nordamericana. Quindici anni fa, il 60% dell’industria e dei brevetti registrati per i nuovi farmaci era localizzato in Europa ( il restante 40% negli Usa). Oggi la situazione si è completamente invertita a favore dei laboratori statunitensi. Negli Usa, i medicinali vengono pagati direttamente dai pazienti o dalle loro assicurazioni, i prezzi sono più alti, e a causa di tale differenziale l’industria europea ha perso la capacità finanziaria necessaria per continuare ad investire nella ricerca di nuove molecole.

Il futuro delle aziende farmaceutiche europee non appare roseo. L’attività di ricerca si complica a causa del peso sempre più rilevante assunto dalle nuove tecnologie, e nel frattempo gli Stati europei privilegiano una visione ‘taglia spese’ di breve termine che rende molto difficile competere con le aziende statunitensi e con le corporate dei paesi Emergenti. Questo è il vero motivo che sta spingendo le aziende di medie dimensioni a lanciare offerte pubbliche di acquisto che consentano la realizzazione dei processi di concentrazione necessari al sostentamento dell’attività di I+D.

Il settore farmaceutico europeo soffre l’eccessiva atomizzazione delle aziende ( contrariamente a quanto accade negli Stati Uniti). I responsabili delle aziende europee sostengono che le concentrazioni o altre tipologie di alleanze – come gli accordi interaziendali per promuovere lo sviluppo di nuovi medicinali – sono necessari per costituire aziende che possano accrescere il peso in campo internazionale, e guadagnare risorse da destinare ai processi di innovazione. Per molti, il processo di concentrazione in Europa è solo agli inizi.

Lo sviluppo di un nuovo farmaco costa circa 800 milioni di euro e un impegno temporale di dieci anni. La crescita dei costi deve fare i conti con una riduzione drastica della vita commerciale di un farmaco, passata dai venticinque anni dello scorso decennio ai dieci anni di oggi. Questo trend obbliga le imprese ad affrontare uno sforzo commerciale per promuovere in tempi stretti il nuovo farmaco presso la comunità medica, e a stringere alleanze per lanciarlo nel numero più elevato di paesi.

I laboratori europei investono in I+D il 10% del ricavato delle vendite ( rispetto al 20% dei competitors Usa) e il 25% in attività promozionali ( un dato sorprendente, visto che la maggior parte delle industrie spende in marketing una quantità dieci volte superiore a quella destinata all’I+D. La svizzera Novartis, una delle più grandi società farmaceutiche europee, investe in I+D il 18% del ricavato delle vendite (uno dei ratio più elevati dell’UE). A cura di www.fondionline.it