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Crescita inflazione latitante in Eurozona, ma economisti chiedono stop QE alla Bce

I risultati del sondaggio di Reuters. Ma qualche voce fuori dal coro c’è stata: “un improvviso stop provocherrebbe instabilità sui mercati finanziari”.

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Ennesima delusione dal fronte dell’inflazione dell’Eurozona. Nel mese di novembre la crescita dei prezzi è stata di appena l’1,5%, peggio del +1,6% atteso dal consensus, e ancora ben al di sotto del target della Bce, poco inferiore alla soglia del 2%.

Dato dunque ancora poco confortante, che contrasta con la ripresa economica che sta interessando l’area e che soprattutto dà filo da torcere alla Bce, che non vede ripagati i suoi sforzi. Il piano di Quantitative easing avrà infatti alimentato la crescita dei fondamentali, ma il suo effetto sulla dinamica dei prezzi rimane dubbio.

Debole anche il trend della componente core dell’inflazione, che è avanzata di appena lo 0,9% nel mese, contro il +1% stimato.

Gli economisti di Bloomberg, Maxime Sbaihi e Jamie Murray fanno notare che sono stati soprattutto i prezzi energetici a sostenere l’inflazione, un elemento che, hanno scritto, “non piacerà alla Bce”.

L’euro si è indebolito dopo la diffusione dei dati, indifferente ai buoni numeri che sono arrivati dal mercato del lavoro, con il tasso di disoccupazione sceso a ottobre all’8,8%, al minimo in quasi nove anni.

Debole la performance della moneta unica, che si appresta comunque ad archiviare il mese di novembre con un rialzo dell’1,9% nei confronti del dollaro.

Per ora l’euro non reagisce neanche alla pubblicazione di un sondaggio di Reuters, che mostra come, secondo la maggioranza degli economisti intervistati, la Bce dovrebbe dire basta al suo piano QE nel settembre del 2018.

Settembre sarebbe proprio il mese in cui, in teoria, il programma dovrebbe essere arrestato: tuttavia è stato lo stesso numero uno della Banca centrale europea, Mario Draghi, a parlare di QE aperto, dunque della possibilità che gli stimoli monetari possano continuare anche oltre.

Reuters ha interpellato più di 65 economisti nei giorni compresi tra il 24 e il 29 novembre: 34 dei 52 economisti che hanno risposto a una domanda specifica hanno affermato che la Bce “dovrebbe” porre la parola fine al Quantitative easing, alla nuova scadenza stabilita. Non sono mancati tuttavia alcuni esperti che hanno parlato dei rischi collegati a una tale decisione.

Jennifer McKeown, responsabile economista per l’Europa presso Capital Economics, ha detto che “l’istituto ha sottolineato che i suoi acquisti non si fermeranno in modo brusco, mentre un improvviso stop provocherrebbe instabilità sui mercati finanziari”.

Marius Gero Daheim, senior strategist per l’Eurozona presso SEB, ha invece sottolineato che “è estremamente improbabile che la Bce introduca eventuali stimoli monetari oltre quelli già annunciati..e questo perchè l’outlook economico dell’Eurozona non avalla ulteriori misure accomodanti“.

Eppure è la stessa Bce a prevedere che la crescita dell’inflazione rimarrà debole almeno fino al secondo semestre del 2019, attestandosi in media all’1,5% quest’anno, all’1,4% l’anno prossimo e all’1,6% nel 2019.

Ragion per cui Kristian Toedtmann, economista presso DekaBank a Francoforte, sottolinea:

“Se dovessero emergere nuovi shock e se di nuovo i rischi sull’inflazione fossero al ribasso, la Bce non esiterebbe a lanciare nuovi stimoli monetari”.