1. Home ›› 
  2. Notizie ›› 
  3.  ›› 

Il 2013 sarà l’anno del ritorno al capitale rispetto al ritorno di capitale

FACEBOOK TWITTER LINKEDIN

<i>Di seguito pubblichiamo un approfondimento a cura di Christophe Bernard, Chief Strategist del gruppo Vontobel. Per l’esperto nel corso del 2013 si assisterà a un aumento della propensione al rischio. Questo a condizione che l’economia statunitense continui a mostrare segni di ripresa. Altrove tuttavia vi sono altri fattori di rischio. Livelli di debito eccessivi nei paesi industrializzati, tendenze demografiche negative, potenziali conseguenze inflazionistiche causate dalle azioni delle banche centrali, possibili disordini nell’eurozona in seguito all’adozione di misure di austerità, sono solo alcuni di questi. Nonostante questo nel 2013 la priorità degli investitori più liquidi potrebbe cambiare, passando dal focus sul «ritorno di capitale» al «ritorno al capitale».</i>

Lo scorso anno i mercati finanziari hanno dovuto affrontare diverse tempeste, a partire dalle incertezze riguardanti il «fiscal cliff» statunitense e le turbolenze in Europa fino al movimento «Occupy Wall Street» e all’uragano Sandy. Con il rally di fine 2012 che prosegue nel nuovo anno, i mercati azionari continueranno a tenerci con il fiato sospeso. Con molta probabilità nel 2013 si assisterà a un aumento della propensione al rischio, ammesso che l’economia statunitense continui a mostrare segni di ripresa. 

Dopo aver chiuso baldanzosamente il 2012, i mercati azionari hanno cominciato il nuovo anno con forte slancio. Questo fatto è davvero singolare, visto che il problema del «fiscal cliff» non è stato risolto e i politici statunitensi continuano a rimandare decisioni importanti, con il rischio che le discussioni riguardanti la spesa pubblica si protraggano per altri due mesi. Di difficile risoluzione sarà anche la questione urgente dell’aumento del tetto del debito (che a fine anno ha toccato la soglia legale dei 16.400 miliardi di dollari), a causa del divario tra repubblicani e democratici. Altrove ulteriori potenziali fattori di crisi sono proprio dietro l’angolo: livelli di debito eccessivi nei paesi industrializzati, tendenze demografiche negative, potenziali conseguenze inflazionistiche causate dalle azioni delle banche centrali, possibili disordini nell’eurozona in seguito all’adozione di misure di austerità, solo per citarne alcune. 

Quindi spetta di nuovo alle banche centrali il compito di salvare la situazione. Le autorità monetarie forniscono liquidità illimitata e, ancor più importante, riducono in modo sostanziale il rischio sistemico; mantenendo i tassi di interesse vicino allo zero, allontanano gradualmente gli investitori dai titoli di stato sicuri e a basso rendimento. Un altro fattore importante che stimola i mercati finanziari è la ripresa dell’economia globale. I mercati emergenti, soprattutto la Cina, stanno cominciando a sentire l’effetto benefico dei tassi d’interesse più bassi e delle misure volte a stimolare l’attività economica. Nonostante il «fiscal cliff», l’economia statunitense ha dimostrato una notevole capacità di ripresa, traendo forza da un mercato immobiliare in continuo miglioramento e da significativi investimenti in campo energetico connessi allo sfruttamento di gas e petrolio estratti da scisti bituminosi.

<b>Sarà l’anno dei rischi?</b>

Che ruolo assumono gli investitori in questo scenario? La loro situazione può essere descritta con il termine tedesco «Anlagenotstand», che indica un aumento di pressione nei confronti degli investitori più liquidi a utilizzare il capitale inattivo; in altre parole ad assumere rischi, a seguito di una diminuzione della volatilità e di un rendimento costante delle cosiddette classi di attività rischiose. La priorità potrebbe cambiare dal «ritorno di capitale» al «ritorno al capitale» e il 2013 potrebbe essere l’anno in cui gli investitori riscopriranno il loro «istinto animale». 

Tuttavia ogni cambiamento nell’attitudine degli investitori da un’avversione al rischio a una propensione per lo stesso sarà graduale. I mercati del credito, in particolare le obbligazioni societarie ad alto rendimento e i titoli di debito dei mercati emergenti, hanno registrato ottimi rendimenti nel 2012 e dovrebbero continuare a fornire risultati positivi anche nella prima parte del 2013. Ma se lo scenario dovesse cambiare, le conseguenze sarebbero di vasta portata: si noti infatti che i flussi aggregati verso i cosiddetti investimenti «sicuri», come i Tresuries statunitensi, i Bund tedeschi, gli Eidgenossen svizzeri, l’oro o i franchi svizzeri dal 2008 hanno registrato un andamento sbalorditivo. 

È troppo presto per ipotizzare che le azioni possano beneficiare di un’uscita su larga scala dagli investimenti sicuri; tuttavia uno sviluppo favorevole dell’economia statunitense renderebbe più probabile questo scenario (che noi al momento non consideriamo principale). Se l’economia statunitense «prendesse il volo» nella seconda metà del 2013, la disoccupazione registrasse un netto calo e la Federal Reserve sospendesse le sue misure straordinarie di liquidità («QE3») e la politica del «tasso zero», il secolare mercato rialzista dei titoli di stato, che dura da 30 anni, potrebbe volgere al termine. La recente insensibilità del prezzo dell’oro di fronte all’allentamento delle condizioni monetarie negli Stati Uniti e in Giappone potrebbe essere un segnale dei futuri sviluppi. 

In dicembre i nostri investimenti sono rimasti stabili, ad eccezione dell’oro, dove sono stati dimezzati a causa del deterioramento delle proprietà di diversificazione di questo metallo e della mancanza di slancio in termini di prezzo. All’inizio di gennaio abbiamo preso beneficio su parte delle nostre posizioni azionarie giapponesi, dopo un notevole rialzo. Contemporaneamente abbiamo aumentato l’esposizione verso i titoli del debito pubblico nei paesi emergenti in valuta locale, aprendo una posizione in titoli di stato messicani, poiché riteniamo favorevole il quadro complessivo. 

Manteniamo una notevole quota di liquidità per cogliere eventuali opportunità create dagli imminenti negoziati sul «fiscal cliff». Naturalmente faremo del nostro meglio per individuare opportunità d’investimenti promettenti, puntando nel contempo a conservare il capitale.