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Il caso Parmalat e il crepuscolo dell'Italia
Speculazioni, bilanci falsi, bugie: il crollo del gigante industriale italiano è solo la punta dell'iceberg Internazionale 524, 29 gennaio 2004 Da anni, molti segni indicavano che non conveniva investire in Parmalat. Se a me che faccio il comico questi segni sembrano così evidenti, come mai non erano evidenti alle banche internazionali, alle società di revisione, agli investitori e ai risparmiatori? Standard & Poor dava un buon rating di Parmalat fino a due settimane prima del crollo. Negli ultimi sei mesi il valore delle azioni Parmalat era raddoppiato. Deutsche Bank aveva comprato il 5 per cento di Parmalat e l'ha venduto appena prima del crollo. Davvero nessuno sapeva? Dal 2002 ho raccontato nei miei spettacoli i debiti e i bilanci falsi di Parmalat a più di centomila spettatori. Sono figlio di un imprenditore. La mia prima perplessità su Parmalat è sulla strategia industriale più che su quella finanziaria: mi colpisce la sproporzione tra la povertà del prodotto di base – il latte – e la megalomania del progetto e delle spese pubblicitarie di Calisto Tanzi. Una media azienda regionale che si propone, come diceva Tanzi, di diventare "la Coca-Cola del latte" mostra di non conoscere né il prodotto né i mercati. È come se un fabbricante di meridiane dicesse: "Voglio diventare la Rolex delle meridiane". Come si fa a dargli i propri soldi? Le caratteristiche del latte fanno a pugni con quelle della Coca-Cola, che è una miscela chimica e vegetale inventata da un farmacista, standardizzata mondialmente, prodotta in pochi enormi impianti centralizzati; la Coca-Cola ha bassi costi di produzione e alti costi di vendita perché gran parte della sua attrattiva è fondata sulla pubblicità e sulle emozioni. Il latte è il contrario della Coca-Cola: è un prodotto naturale, deperibile, locale, proviene da migliaia di produttori, ha alti costi di produzione, bassi costi di vendita, molti concorrenti. Il latte è un alimento affermato e insostituibile, è l'unica cosa che la natura produce con il solo scopo di essere un alimento per i mammiferi. I ricavi della Coca-Cola si basano su ciò che è stato creato intorno alla sua bottiglia, quelli del latte su ciò che c'è dentro la bottiglia. E questo è già perfetto, è stato ottimizzato in milioni di anni di evoluzione. Modificare una cosa perfetta vuol dire peggiorarla, oppure farla diventare una cosa molto diversa, come il formaggio o lo yogurt. Formula uno, calcio e latterie Con il latte ci sono due strade: cercare di modificarlo il meno possibile e di conservarne il massimo di proprietà per qualche giorno, oppure trasformarlo in qualcosa di diverso, che si venda per altri motivi nutrizionali – come il formaggio o lo yogurt – o emozionali, come i "novel food" inventati dal marketing. Nel primo caso riescono meglio le piccole latterie locali, spesso cooperative o comunali, di cui ci sono buoni esempi in Italia e in Svizzera. Nel secondo caso, il maggior successo lo hanno poche grandi aziende che investono molto in ricerca e marketing. In entrambi i casi i margini di guadagno sono modesti e non giustificano spese enormi di propaganda. Marlboro o Benetton possono sponsorizzare la Formula uno perché vendono prodotti con alto valore aggiunto e alto contenuto emozionale, hanno una distribuzione capillare e prodotti identici in più di cento nazioni. Ma un consorzio di latterie no, non può sponsorizzare la Formula uno come ha fatto Parmalat per anni: sono soldi sprecati. Lo stesso vale per le sponsorizzazioni di decine di squadre sportive nel mondo, tra cui quella molto costosa del Parma calcio in Italia. Questo vale anche per il jet privato intercontinentale di Parmalat, che secondo diversi giornali veniva prestato da Tanzi a vescovi, cardinali e a un ambasciatore degli Stati Uniti. Insomma c'era una grande discrepanza tra il tipo di impresa industriale e la stravagante grandezza delle sue spese. La cosa che più mi colpisce nei reportage di questi giorni è che si parla solo di soldi, mai di prodotti. Scrivono di Parmalat come di un'impresa finanziaria e non di un'industria che fabbrica prodotti tangibili, anzi mangiabili. Questo sottintende una convinzione molto diffusa, almeno in Italia: qualunque azienda, con qualunque prodotto, potrebbe generare per sempre grandi profitti purché sia in mano a finanzieri creativi e spregiudicati. Latte e merluzzi Nei miei spettacoli ho cominciato prima a parlare dei prodotti, e solo poi dei miliardi di Parmalat. Nel 2001, girando tra il pubblico in sala, tenevo in mano un merluzzo e lo immergevo in una tazza di latte chiedendo alla gente che effetto gli facesse. Mi ci aveva fatto pensare un "novel food" Parmalat. Un'imponente campagna pubblicitaria annunciava la "scoperta" del latte con gli omega-3, una miscela di grassi che prometteva effetti benefici sul sistema cardiocircolatorio. Quello che la pubblicità non diceva è che gli omega-3 sono grassi normalmente estratti dai pesci e che quel latte non era stato "scoperto", ma inventato in laboratorio, fabbricando una miscela artificiale di latte di mucca e di additivi estranei. Che fine hanno fatto quel prodotto e quegli investimenti? Gli scandali alimentari degli ultimi anni hanno fatto perdere a molti europei la fiducia nei prodotti dell'agrobusiness. Ora gli europei dovrebbero riacquistare fiducia grazie ai "rigorosi controlli" italiani della nuova Agenzia alimentare europea, che avrà sede proprio a Parma, la città di cui Parmalat è il simbolo? E chi è stato il garante di Parma in Europa? Chi ha imposto Parma come sede dell'Agenzia alimentare europea? È stato Silvio Berlusconi, che ha detto all'Europa: "Per Parma garantisco io!". Voleva come al solito giurare sulla testa dei suoi figli, ma glielo hanno sconsigliato. Tanzi e Berlusconi sono oggi i due imprenditori italiani più conosciuti nel mondo. Mi sembra che non siano famosi come testimonial dell'Italia di cui ci si può fidare. Sento ripetere da industriali e finanzieri che Parmalat è un'eccezione criminale e non rappresenta l'Italia; sento dire che ogni settore ha le sue pecore nere. Invece è vero il contrario. Tanzi, come Berlusconi, è un buon esempio della classe dirigente italiana di oggi. Entrambi sono casi patologici di megalomania. Entrambi posseggono una grande squadra di calcio, yacht miliardari, un jet privato. Prima di fondare Forza Italia la dimensione dei debiti di Berlusconi, la sua dimestichezza nel falsificare i bilanci, la sua ragnatela di società finanziarie offshore ricordavano la situazione di Tanzi. Berlusconi confidò a giornalisti come Biagi e Montanelli che l'unico modo per salvarsi era conquistare il potere politico. È qui la differenza insormontabile tra Tanzi e Berlusconi: Tanzi non avrebbe potuto fondare "Forza Lat" e salvarsi con la politica come ha fatto Berlusconi con Forza Italia. Il latte non può essere trasformato in una proposta politica, la televisione commerciale sì. La mentalità, l'ideologia, l'apparato, gli uomini e i metodi del business di Berlusconi consistono da decenni nell'imbrogliare e conquistare milioni di persone con l'immagine affascinante di una società ideale in cui tutti sono giovani e belli, annegano in un'alluvione di consumi e sono sempre allegri, oltre la soglia della stupidità. La ricetta magica? Più pubblicità, quindi più consumi, più produzione, più occupazione, più profitti, quindi di nuovo più pubblicità e così via in una spirale infinita di benessere. Questo – che era già un programma intrinsecamente politico – è stato trasformato facilmente in un programma esplicitamente politico. È bastato estendere leggermente lo spettro degli obiettivi, trovare un nome adatto a uno pseudopartito (Forza Italia) e incaricare decine dei migliori funzionari di Publitalia – la potente agenzia di pubblicità di Fininvest – di trasformarsi in commissari politici e di perseguire a tutti i costi la conquista del mercato politico. Tanzi non ha la mentalità spettacolare e le strutture di comunicazione di Berlusconi. Per questo non poteva diventare lui stesso un prodotto politico. Si limitava a finanziare il partito più forte, prima la Democrazia cristiana e poi Forza Italia. Tanzi è austero, schivo, uomo di chiesa e di pochissime parole. Lo stile era quello di un cardinale. Lo stile di Berlusconi, invece, è quello di uno showman di basso livello, da giovane cantava e raccontava barzellette sulle navi da crociera. Non ha mai smesso, nemmeno al parlamento europeo, di esibirsi e di cercare di far ridere. Il "core business" di Berlusconi è Berlusconi stesso. Ciò che ha permesso a Berlusconi di salvarsi con la politica è il cabaret, sono le sue esperienze giovanili di showman e un istinto comico di basso livello che ha grande successo tra la gente meno colta, proprio come le sue televisioni. Salvato dal cabaret Se non fosse un personaggio tragico per l'Italia, Berlusconi sarebbe il maggiore fenomeno del secolo di avanspettacolo comico italiano. Sia Tanzi che Berlusconi hanno il titolo di Cavaliere del lavoro. In Italia la stampa usa il termine "il Cavaliere" come sinonimo di Berlusconi. Oggi per fare chiarezza qualcuno dovrebbe rinunciare a quel titolo: o Tanzi e Berlusconi oppure i molti Cavalieri onesti che ci sono in Italia. Finché Berlusconi e Tanzi sono Cavalieri è inevitabile pensare ai cavalieri dell'Apocalisse. È gente come loro che sta portando l'Italia all'Apocalisse economica e civile. Quasi tutta l'Italia è una grande Parmalat, fondata più sull'apparenza e sulla falsificazione che non sulla sostanza. Come per Parmalat, pochi si rendono conto – o confessano di rendersi conto – dell'abisso che c'è tra l'immagine e la realtà dell'Italia. Per trent'anni l'instabilità politica e la corruzione hanno rallentato la modernizzazione del paese, ponendo le basi del suo attuale declino. Ma da dieci anni, da quando la Fininvest di Berlusconi è diventata il principale attore politico italiano, questo rallentamento si è trasformato in paralisi. Quasi tutte le energie delle due parti del sistema politico sono prosciugate da una parte dal tentativo di estendere il potere e l'ideologia Fininvest a tutto lo stato e a tutta la società; dall'altra dal tentativo di contrastare questo assalto egemonico. In Italia molti settori richiedono da decenni riforme profonde e urgenti: istruzione, informazione, ricerca, innovazione, tecnologia, pensioni, occupazione, distribuzione dei redditi, amministrazione della giustizia, energia, trasporti, gestione del territorio, protezione e risanamento dell'ambiente, sviluppo sostenibile. Ma da dieci anni tutto ciò passa in secondo piano, i ritardi italiani si accumulano, diventano drammatici. Il sistema Fininvest Il sistema Fininvest e il sistema Italia per certi versi sono analoghi al sistema Parmalat: molta apparenza, conti falsi, corruzione, poca qualità, futuro in declino. Parmalat aveva conti falsi, ma produce milioni di tonnellate di alimenti che generano benessere reale per decine di milioni di persone in trenta paesi. Fininvest non è una multinazionale, come Parmalat, ma una "ipernazionale". I suoi profitti provengono quasi esclusivamente dall'Italia e si basano su uno stretto legame con il sistema della politica italiana e della corruzione. La gran parte dei suoi guadagni viene dalla pubblicità obbligatoria, un'attività controversa che crea alla popolazione più danni che benefici. Più che di profitti in un mercato competitivo, si tratta di una rendita senza rischi, basata sul monopolio, sullo statalismo, sulla produzione di niente di concreto. Sono miliardi di euro che, con il sistema della pubblicità obbligatoria, Fininvest "preleva dalle tasche degli italiani" quando questi – anche quelli che non guardano le sue televisioni – comprano i molti prodotti resi più cari dalla pubblicità. Meriti e rischi ne ha pochi, perché il bombardamento pubblicitario è forzato e non è evitabile dai cittadini (altro che Casa delle libertà!), perché la televisione commerciale – privata o statale – è l'unico tipo di televisione in Italia e perché questa rendita pubblicitaria si fonda su concessioni statali di frequenze televisive ottenute corrompendo il potere politico ai tempi di Craxi. Senza queste concessioni statali, in quasi monopolio e in parte illegali, le rendite e il potere Fininvest crollerebbero. Da due anni inoltre la rendita Fininvest è ulteriormente garantita dalle centinaia di suoi uomini che hanno preso il controllo del governo, del parlamento e della televisione pubblica e che cercano ora di conquistare il controllo anche della magistratura e della banca centrale. La rendita senza rischi di Fininvest è inoltre facilitata dal fatto che molti dei settanta avvocati che Berlusconi ha fatto eleggere in parlamento usano nei processi contro Berlusconi e i suoi uomini le leggi a favore di Berlusconi che loro stessi propongono o approvano come parlamentari. Questi stessi avvocati – per esempio Pecorella, Taormina o Ghedini – sono ospiti frequenti nei talk show televisivi, dove continuano la loro difesa di Berlusconi nel "tribunale" italiano più importante, quello di milioni di telespettatori ed elettori, e spesso parlano in tv per ore senza un avversario al loro livello. Questo tipo di avvocati miliardari, star del foro, della televisione e del parlamento, rappresentano bene la concentrazione che è avvenuta in Italia del potere economico, esecutivo, legislativo e informativo nelle mani di un'unica azienda, la Fininvest. Grazie a una legge di Berlusconi – valida retroattivamente anche per i suoi falsi – il falso in bilancio è stato quasi completamente depenalizzato. Così è restato o è diventato una pratica diffusa non solo per aziende italiane come Parmalat, Fininvest e altre, ma anche per il governo. In Italia il vero rapporto tra deficit e pil nel 2003 non è inferiore al 3 per cento, come dichiarato dal governo, ma sarebbe superiore al 4 per cento se la contabilità creativa del ministro Tremonti – un ex commercialista di Berlusconi – non avesse contabilizzato per il 2003 gli introiti derivanti da enormi condoni fiscali ed edilizi e da vendite e alienazioni di beni dello stato che andrebbero distribuiti su molti anni. Quasi tutti sanno che questa contabilità è una truffa, ma fanno finta di non vedere. Come fingevano di non vedere la realtà di Parmalat. Un paese al crepuscolo Se la situazione reale di Parmalat, di Fininvest e dello stato italiano non è all'altezza delle apparenze e della propaganda, la situazione dell'economia e della società italiane – lo dico con tristezza e rabbia – non è migliore. Purtroppo la realtà dell'Italia non è all'altezza dell'immagine che la Ferrari e Armani diffondono nel mondo. L'Italia è in declino rapido, è un paese al crepuscolo. È per questo che il mio spettacolo si chiama Blackout e io entro in scena in una sala al buio, con in mano un candelabro. Faccio l'attore comico, il declino dell'Italia lo percepisco principalmente con gli occhi e le orecchie: vedo la pubblicità e la volgarità dilagare ovunque nel paesaggio, nei mezzi d'informazione, nella vita quotidiana. Dove prima c'erano capannoni industriali, oggi ci sono lunghe file di cartelloni pubblicitari; ritraggono spesso merci che una volta erano prodotte in quei luoghi ma oggi sono importate. Vedo il degrado dell'ambiente e delle grandi città, sento il traffico e il rumore aumentare ovunque. Sento la gente: avvilimento, mancanza di prospettive, ignoranza e disinteresse per ciò che succede nel resto del mondo, egoismo, cattiveria e volgarità crescenti, chiusura nei propri affari e nella famiglia, declino del senso civico e della solidarietà. Anche se come artista avrei il diritto di farlo, non mi baso solo sulle mie impressioni. Io – attore vero – non voglio fare come Berlusconi – statista falso – che parla in televisione nascondendo i fatti e le statistiche, evocando sogni, promesse, miracoli e rivoluzioni. Mi piace documentarmi con dati e cifre nudi e crudi, senza lifting. Ai pochi stranieri che volessero ancora investire in Italia e ai molti italiani che volessero votare di nuovo per il sistema Fininvest-Forza Italia consiglio due piccoli libri: Il mondo in cifre 2004, una sintetica raccolta di statistiche internazionali curata dall'Economist (e pubblicata da Internazionale) e Il declino dell'Italia, un inquietante libro del giornalista economico Roberto Petrini (pubblicato da Laterza). Spendendo meno di trenta euro in questi due libretti, chi si volesse documentare sul crepuscolo italiano può forse schivare ulteriori guai e investimenti sbagliati. Se parlo di crepuscolo dell'Italia, non mi baso solo sulle mie impressioni del presente, ma anche sugli indicatori che ci segnalano il futuro del paese. E questi indicatori mettono tristezza. L'Italia sta diventando un ex paese industriale che ha smantellato o sta smantellando buona parte della sua industria, una volta ben piazzata nel mondo: chimica, farmaceutica, informatica, elettronica, aeronautica, forse presto anche automobilistica. L'Italia è il paese con più persone anziane al mondo e con la minore fertilità tra i paesi industrializzati: da anni le nascite sono meno delle morti. I nostri livelli di istruzione, di cultura, di ricerca scientifica e tecnologica sono tra i più bassi in Europa. Tra i paesi industriali abbiamo una delle più basse percentuali di laureati e il più alto numero di maghi, pubblicitari e guaritori. Invece di investire e lavorare per il futuro stiamo consumando allegramente le ultime risorse che ci rimangono. Nella quota delle esportazioni mondiali in dieci anni siamo scesi dal 5 al 3,6 per cento. Nelle esportazioni mondiali di prodotti tecnologici stiamo scomparendo con un piccolo 2,5 per cento, mentre Francia e Germania sono al 6 e all'8 per cento. Esaminando la posizione dell'Italia nel contesto internazionale non c'è da stupirsi se siamo il paese industriale che attira meno capitali stranieri. Gli investimenti delle multinazionali in Italia sono diminuiti dell'11 per cento nel 2001, del 44 per cento nel 2002. Per bocca di due dei suoi ministri più influenti il governo italiano afferma che l'Unione europea è dominata dai "nazisti rossi". Uno di loro dice che l'Europa è "forcolandia", che con il fallimento della costituzione europea a Bruxelles "siamo riusciti a fermare l'impero comunista che stava tornando", che "l'euro è la rapina del millennio. L'hanno inventata i massoni". Se foste un investitore straniero mettereste i vostri soldi in un paese governato da gente così? Indicatori desolanti Se osserviamo la posizione dell'Italia in alcune classifiche internazionali può sembrare quella di un paese fortunato: settimo pil al mondo, quarto posto tra i grandi paesi per numero di automobili e di telefonini per abitante. Ma se analizziamo gli indicatori che danno un'immagine più completa dell'Italia e soprattutto delle sue opportunità per il futuro, allora siamo al crepuscolo. In una ventina dei principali indicatori internazionali che delineano il futuro e la dinamica di un paese, l'Italia si trova tra il ventesimo e il quarantesimo posto. Gli stati che più spesso ci accompagnano in queste classifiche sono paesi in via di sviluppo (Colombia, Namibia, Sri Lanka, Cina, Brasile), paesi dell'Europa dell'est in transizione (Slovenia, Estonia, Slovacchia) o nel migliore dei casi i meno sviluppati tra i paesi europei (Spagna, Portogallo, Grecia). La differenza preoccupante tra l'Italia e questi paesi è che loro da anni stanno salendo nelle classifiche internazionali, noi invece stiamo scendendo. Ogni anno ci incontriamo con loro sui pianerottoli della scala internazionale: li vediamo salire e noi scendiamo di un'altra rampa. Ho riassunto in una tabella una ventina di indicatori internazionali che ci danno un'idea preoccupante della realtà italiana e del suo futuro. Fine di un'era È incredibile la profondità del declino italiano. Nel rinascimento siamo stati un faro della cultura, della scienza, dell'innovazione e della finanza in Europa. Nella musica e nella tecnica bancaria ancora oggi molti termini tecnici in tedesco e in inglese sono parole italiane (sonata, adagio, fortissimo oppure aggio, incasso, sconto, lombard) a testimonianza dei secoli in cui eravamo il paese di riferimento in quei campi. Più tardi abbiamo inventato l'elicottero, l'aliscafo, il batiscafo, il telefono, la radio. Oggi però non inventiamo quasi niente, l'Italia ha meno premi Nobel del solo Politecnico di Zurigo, il nostro export si basa su prodotti di bassa tecnologia che presto vedranno la concorrenza dei paesi emergenti, mentre nei prodotti ad alta tecnologia non possiamo competere con le nazioni più avanzate. I nostri manager in compenso vogliono orientarsi per i loro stipendi agli Stati Uniti e per quelli dei loro dipendenti alla Bulgaria o alla Cina. Il numero dei laureati italiani che lavorano all'estero è sette volte maggiore del numero dei laureati stranieri che lavorano in Italia. Per decenni buona parte della grande industria e dell'export italiano hanno prosperato grazie alla benevolenza dello stato e dei partiti e alle periodiche svalutazioni della lira. Oggi che questo non è più possibile, il declino italiano si accelera. Paghiamo il prezzo delle modernizzazioni che non abbiamo fatto negli ultimi decenni. Al crepuscolo industriale, tecnologico e culturale dell'Italia si aggiunge il declino sociale con un rapido aumento della ricchezza dei ricchi e l'estensione e l'approfondimento della povertà. Nella disuguaglianza dei redditi abbiamo superato perfino gli Stati Uniti: in un decennio (1991-2001) il 20 per cento degli italiani è diventato più ricco, l'80 per cento più povero. Il reddito del decimo di italiani più ricchi è cresciuto del 12 per cento, mentre il reddito del decimo di italiani più poveri è sceso del 22 per cento. Otto milioni di italiani vivono sotto la soglia di povertà e altri quattro milioni vivono appena sopra. Molti di questi poveri e quasi poveri hanno un lavoro o due o tre, ma non gli bastano per vivere decentemente. Lo stipendio medio di un tranviere di Zurigo (5.500 franchi) è quasi il triplo di quello di un tranviere di Milano, ma il costo della vita e dei biglietti del tram a Zurigo è solo il 50 per cento più alto che a Milano. Stipendi reali sempre più bassi e lavori sempre più precari fanno crescere la conflittualità selvaggia – come quella dei guidatori di tram e autobus – che frena ulteriormente la qualità della vita e lo sviluppo del paese. La resa della sostanza all'apparenza Il declino della Fiat è forse uno dei migliori indici del declino italiano: dieci anni fa Fiat vendeva in Italia un'auto su due, oggi una su tre. L'immagine più forte del crepuscolo italiano è stata per me quella della carovana di limousine scure che in una sera del 2002 – al culmine di una crisi della Fiat che sembrava mortale – ha portato l'intero stato maggiore della Fiat a un consulto drammatico, non al ministero dell'industria o delle finanze ma nella grande villa di Arcore di Silvio Berlusconi, padrone di Fininvest e capo del governo. Le immagini del telegiornale sembravano quelle di un film sulla mafia, quando avviene un regolamento di conti e un cambio della famiglia al vertice del potere. Era la resa di ciò che resta dell'Italia industriale alla nuova egemonia, all'Italia della pubblicità e della televisione commerciale. La resa della sostanza all'apparenza. Non è un caso che l'industria che ha conquistato il potere politico in Italia non fabbrichi cose ma sogni, non venda merci ma promesse. |
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Il Risparmio dolosamente tradito dalla politica : la Class Action
Il Risparmio dolosamente tradito dalla politica : la Class Action
di Marco Montanari* Tempo fa' scrissi sulla nefandezza in Italia in merito alla nuova Legge sul risparmio "Legge sul risparmio monca su alcuni aspetti fondamentali", che non e' una legge di tutela per i risparmiatori-lavoratori, essendo questi tutti piccoli creditori che continuano ad essere calpestati nei loro diritti [ dalla politica, dalla Finanza e dagli organi concorsuali (Giudici Delegeati e Liquidatori) tutti insieme uniti ed intrecciati in un intollerabile, marcio ed impunito potere]; diritti di credito "di fatto congelati e confiscati" in media per almeno 8 anni, se non decenni, nelle procedure concorsuali nelle quali sono finite le Societa' debitrici guidate da "delinquenti" travestiti da Imprenditori o Finanzieri, tutti imputati di reati gravissimi contro il Risparmio. E mi vorrei riferire anche a quei diritti dei piccoli creditori risparmiatori e investitori, semplici azionisti che vengono defraudati dalle scellerate attivita' di gestione aziendale dei managers o dei principali azionisti di controllo, attivita' talvolta illegali e comunque in aperta violazione delle norme previste per una sana gestione aziendale. Operazioni finanziarie occultate ai piu' e che oggi sono sotto gli occhi di tutti anche per societa' non fallite come Telecom, Tim e Alitalia. In quell'articolo scrissi varie cose, ma in particolare alcune piu' pertinenti per il profilo che oggi mi interessa, e per il quale vi proporro' cio' che si verifica in un paese che rispetta invece il risparmio (gli Stati Uniti), ovvero la Class Action. Riassumendo ecco le dolose lacune della Ns legge sul Risparmio: Di fronte alla delinquenziale attivita' posta in essere da quanti, politici, imprenditori, banchieri, organi di controllo esterni ed interni, Governatore della Banca d'Italia, ed alcuni giudici soprattutto delle fallimentari, persone tutte che in altri termini hanno avuto ed hanno a che fare con i crack degli ultimi anni, i cittadini onesti pretendono misure forti di prevenzione, repressione, quindi anche pene edittali elevate per i reati commessi da questi signori; i cittadini onesti pretendono un sistema che in presenza di comportamenti ingannevoli colposi o dolosi (ovviamente in primis delle societa' coinvolte) preveda una forte, agile e rapida responsabilita' civile extragiudiziale delle stesse banche in uno con le societa' coinvolte (prima ancora che giudiziale, le banche e le societa' dovrebbero essere le prime a risarcire i risparmiatori traditi, ancor prima di qualsiasi attivita' giudiziaria, onde poi rivalersi loro (le banche e le societa' negli organi collegiali) contro l'imprenditore singolo che truffa (un po' cio' che avviene quando si ha un incidente in auto nel rapporto tra le 2 diverse assicurazioni). I cittadini pretendono insomma un sistema di ristoro extragiudiziario e giudiziario che li possa agevolare nel riprendere quanto prima il danaro a loro "rubato" in tempi rapidi in forza di class action (da far valere, come in America, non solo per i casi di societa' fallite ma anche durante la vita aziendale della societa' per mere, colpose o dolose, irregolarita' contabili) e di leggi chiare e garanti dei piu' deboli; pretendono un sistema di responsabilita' individuali sia penali che civili di tutti questi signori che sia di rapido accertamento e svolgimento, compresi quei giudici e liquidatori che violano la legge in sede di procedure concorsuali nelle quali finiscono le societa' a seguito del crack. E invece il Governo precedente e l'attuale cosa han fatto? Una pessima legge sul falso in bilancio e praticamente nulla di tutto cio' di cui un paese civile ed i risparmiatori tutti (italiani e stranieri) avrebbero avuto bisogno, nulla per tutelare la loro fiducia; al contrario han reso deboli le sanzioni (che dovrebbero prevedere invece 10/15/30 anni di galera oltre che ingenti risarcimenti come in america), continua a rendere i Liquidatori e i Giudici delegati liberi arbitri ed impuniti, e complica subdolamente i cardini legali a che si possa dire sussistente la fattispecie di reato formulata, quindi castra dolosamente l'agilita' di tutela dei risparmiatori. A mero titolo di esempio, se "solo 59.000 risparmiatori" vengono fregati nulla di rilevante (e' quello che loro chiamano "inasprimento del reato di «nocumento o di attentato al risparmio»" e' un'ulteriore tutela dei furbi e di chi delinque ed una fregatura per i risparmiatori). Si considera, infatti, «grave» quando il danno abbia riguardato «un numero di risparmiatori superiore allo 0,1 per mille 59.000, contro lo 0,5 per mille del testo del Senato, della popolazione risultante dall'ultimo censimento Istat, 59.000.000 , o se abbia distrutto o ridotto il valore di titoli di un'entità complessiva superiore allo 0,1 per mille del pil contro lo 0,5 per mille del Senato. Raffronti: Italia: I Risparmiatori/creditori soddisfatti sono solo il 4,5% dei truffati per un totale di appena qualche centinaio di milione di euro a fronte delle decine di miliardi di euro di truffe perpetrate ai loro danni. Il 95,5% non ha più visto un quattrino. I risibili dati sulla soddisfazione dei risparmiatori negli scandali, Cirio e Parmalat in primis, per arrivare anche ai casi Telecom e Alitalia dove seppur trattasi di societa' non in procedura fallimentare sono casi nei quali la mancanza di buona fede, correttezza e trasparenza verso i risparmiatori ha creato loro enormi danni in termini di enorme decremento di valore del loro investimento iniziale (azionario od obbligazionario); tutto cio' e' dovuto come detto alla sostanziale impunita' sistemica delle societa' e delle banche coinvolte , in via extragiudiziale in primis, non essendovi da noi le Class Action, ed alla natura del sistema giudiziario italiano, sclerotizzato, non sempre trasparente nella gestione, e poco adatto a chi domanda giustizia finanziaria. Stati Uniti: In America e' stata rapidissima e molto severa la nuova legge contro i crack; nel 2002 a pochi mesi dal primo grave crack della Enron, e' stata approvata la Sarbanes-Oxley Act , la norma 'anti melemarce' , che ha istituito ferree regole antitruffa. Quella legge contiene un forte inasprimento delle pene non solo per il falso in bilancio, e regole rigide per tutelare comunque il risparmiatore creditore; la pena per il falso in bilancio e' passata da 5 a 20 anni, ed il minimo è 12 anni di carcere contro un massimo in Italia di 3 anni per false comunicazioni. Negli Stati Uniti giustamente il profilo dell'etica e della morale e' un must, e non esiste la "modica quantità" nel falso in bilancio, cioè quella "furbetta" attenuante inserita nella legge italiana sulla tutela del risparmio che introduce il reato veniale di "falsetto" (se i dati truccati rappresentano una piccola parte del fatturato aziendale). Non esistono negli Usa i fantasiosi indicatori della normativa italiana - il crac in percentuale del Pil, la quota di popolazione ingannata - per stabilire se ci sia danno grave per i risparmiatori. Il consumatore e' un dogma da loro, il cittadino prima dei potenti, non che siano santi, ma almeno cercano di essere decenti! E soprattutto negli USA esiste la Class Action prevista non solo per i reati piu' gravi , ma anche per qualsiasi atto che sia venuto meno alla trasparenza con il pubblico risparmio, atto che seppur isolato da parte della societa', e seppur proveniente da societa' sanissima e di alto livello, abbia per l'appunto in quella occasione rappresentato violazione della fiducia dell'investitore risparmiatore; per esempio recentemente molti investitori possono agire contro le c.d. Stock Options retrodatate. E la conseguenza della trasparenza americana in materia e' stata che un certo numero di imprese europee quotate a New York ha provveduto al delisting, cioè di togliersi dal listino della Borsa newyorkese, o hanno rinunciato a quotarsi a Wall Street per non dover passare esami di trasparenza così severi. Bill Gates senza volerlo ha ucciso il sogno americano di diventare tutti capitalisti in una generazione, allorche' dichiaro' lo scorso anno che la Microsoft aveva abolito le stock options, cioe' non distribuira' piu' opzioni azionarie come parte dello stipendio, dando il diritto a comprare le azioni della società a un prezzo fisso durante un periodo determinato. Ora la Microsoft applica una politica retributiva che leghi in gran parte i salari ai risultati, in modo da motivare i dipendenti, e distribuira' in minima parte come benefits azioni, in modo tradizionale, ma non opzioni. Azioni che possono scendere o salire, e comunque saranno conteggiate come un costo per la società. Nella West Coast americana la diffusione delle stock options ha avuto un carattere democratico pero', infatti le avevano in busta paga anche le segretarie. La scelta di Microsoft di voltare pagina riguardo al pacchetto di incentivazione per i dipendenti, sostituendo il programma di stock option con l' erogazione di azioni ristrette che siano incassate dopo cinque anni (che saranno contabilizzate in bilancio), ha di fatto creato le serie "ripercussioni" che oggi vediamo nel "ciclone Stock Options retrodatate" e quindi anche in parte sulla borsa americana. La faccia pericolosa di questo modello si è rivelata dopo il crac del Nasdaq del marzo 2000, che ha "bucato" la bolla speculativa della New Economy, allorche' le azioni crollarono, ed i milioni di dipendenti si sono trovati in tasca stock options prive di valore (non aveva senso esercitarle, infatti). A quel punto è scattato un incentivo perverso nei top manager, che di stock options ne avevano in abbondanza: la tentazione cioe' di truccare i conti per dare fiato al titolo in Borsa. Nelle aziende in crisi i capi erano i primi a sapere quando era il momento di vendere, e i dipendenti rimanevano con il cerino acceso in mano. Le bancarotte fraudolente, da Enron a WorldCom, hanno portato un duro colpo alla credibilità di una classe manageriale ingrassata con le stock options. E allora, per il sano e trasparente sistema finanziario e del risparmio americano, divento' insostenibile la consuetudine di non conteggiare le stock options come costi nei bilanci delle aziende. Un difetto di trasparenza che inganno' il mercato e danneggio' i piccoli azionisti. Le stock options avevano un senso finché le nuove tecnologie si diffondevano a ritmi esponenziali, non oggi pero' se e' vero com'e' vero che lo sviluppo di nuove tecnologie avanza a ritmi non cosi' sostenuti come allora. Le stock options hanno pero' avuto anche un aspetto positivo, hanno infatti contribuito a diffondere in vasti strati sociali la cultura del rischio condiviso e volto al miglioramento dell'azienda, a creare motivazione e identificazione tra dipendenti e imprese, ad allargare le basi sociali di un capitalismo popolare di massa, il fenomeno si è sposato con le tradizioni libertarie e antiautoritarie californiane, creando un modello di organizzazione meno gerarchica: tutti capitalisti, tutti padroni. Le nuove norme contabili (direttiva n. 123) hanno lasciato il segno sul mercato azionario statunitense che, negli ultimi trimestri, ha visto incrementare non a caso il numero e la quantita' delle operazioni di acquisto di azioni proprie. Oggi e' infatti obbligatorio inserire le stock options in bilancio come spese. La Financial Accounting Standards Board, l'agenzia americana che si occupa di stilare i principi contabili seguiti dalle aziend, ha deciso (direttiva n. 123) di imporre alle società americane l'obbligo di spesare le 'stock-option' emesse a favore di managers e dipendenti. L'obbligo e' entrato in vigore il 15 giugno del 2005. Questa nuova norma permetterà agli investitori e agli altri utilizzatori dei numeri di bilancio di ottenere comunicazioni finanziarie più complete e di vedere preservata, con maggiore efficacia, la regolarità delle scritture contabili. La direttiva n. 123 del Financial Accounting Standards Board, e' stata una svolta per la trasparenza. Mai più Enron, Tyco o WorldCom. L'esclusione sistematica delle stock option dal calcolo dei costi delle società è stata, negli anni Novanta fino al 2004 circa, come detto uno dei tratti determinanti dei fuorvianti utili pro forma. a.. La pubblicazione degli utili pro forma ha indubbiamente contribuito a nascondere le frodi che hanno coinvolto alcuni colossi Usa (da Enron in poi). Lo dimostra lo studio fatto da Standard & Poor's, che hanno calcolato per le aziende dell'S&P 500 (in riferimento al biennio 2000-2001) che la differenza tra gli utili pubblicati pro forma e i core earnings (cioè gli utili comprendenti la quota di stock option assegnate) è risultata ragguardevole. Sembra un meccanismo finanziario complesso ma il suo effetto è molto semplice: se il prezzo delle azioni sale esercitando le proprie stock options il guadagno è garantito. In pratica pero' le circa 130 societa' oggi coinvolte, si son trovate a dover fare i conti con il caso contrario, ovvero durante il periodo determinato da ciascuna di esse il prezzo delle azioni e' sceso invece di salire cosi' da rendere impossibile, se non con perdite, l'esercizio delle stock options da parte dei managers e da un buon numero di alcuni dipendenti ,che detenevano appunto opzioni su titoli della società con un diritto di acquisto a prezzi nettamente maggiori di quelli del mercato, e quindi erano addirittura svantaggiose se esercitate. Con il che' le societa' hanno commesso la violazione, oggi loro contestata dalle varie procure americane e dai risparmiatori, per aver retrodatato quelle opzioni di acquisto con prezzi di esercizio molto minori, cosi' da consentire ai loro possessori di esercitarle con laute plusvalenze. Ultimo caso di societa' coinvolta nella irregolarita' contabile delle " Stock Options retrodatate " [che interessa complessivamente circa 130 aziende Usa (anche la Juniper, per dire di un'azienda sanissima con forte brand e ottimi bilanci), e che fa perno essenzialmente sul fatto che le società coinvolte avrebbero retrodatato l' assegnazione di questi benefici ai managers, allo scopo di sfruttare efficacemente il rialzo nella quotazione del titolo sottostante nel frattempo intervenuto] e' stata Cablevision Systems, uno dei maggiori provider per la televisione via cavo statunitensi. L'azienda ha infatti reso noto di aver riscritto il bilancio trimestrale. Sapete quanto tempo e quanto danaro ci vuole per un cittadino americano (ma la stessa cosa vale anche per uno straniero che ha investito danaro in una societa' americana o europea quotata al Nyse o al Nasdaq) per essere tutelato con una Class Action da uno degli studi legali che si interessano di queste forme di tutela? Cinque minuti di tempo (dico 5!) per sottoscrivere on-line il modulo predisposto da questi Studi legali e zero dollari! Questa e' la giustizia del risparmio per tutti che in Italia ci sogniamo. Vi riporto uno dei moduli pre-stampati, al quale io stesso ho fatto ricorso in cio' partecipando ad una Class action che nel giro di massimo 2 anni arrivera' ad una decisione del Giudice e quindi al massimo entro l'anno successivo al pagamento di quanto stabilito dalla Corte! E tenete presente che la Juniper e' una grande azienda, con un forte brand nel suo settore, Networking , che mai ha commesso gravi reati finanziari, ha tutt'ora bilanci sani e utili in aumento, al di la' del profilo delle stock options retrodatate che comunque incidono in questo caso poco sugli utili netti, e che io ho in carico a $14,20 quindi senza nessun danno attuale. Questa e' Giustizia con la A, questa e' l'applicazione del principio di ragionevole durata dei processi e di integrita' di tutela dei diritti del risparmiatore-investitore-creditore! * dottore in legge, esperto di mercati americani Etica e politica ___________ NB: I CONTENUTI DEL SITO POSSONO ESSERE PRELEVATI CITANDO L'AUTORE E LINKANDO www.osservatoriosullalegalita.org Codice etico per i politici: su questo sì ad intesa bipartisan Etica: un must della politica e della finanza |
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Riotta, il Tg1 e tanti bei panini
(212 letture) La prima esternazione del collega Riotta nominato direttore del Tg1 è stata: "Vent'anni fa non era possibile prevederlo. I posteri diranno se è stato un bene o un male". Quali posteri dovrebbero dare l'ardua sentenza sul fatto che un giornalista ha accettato, come sommo riconoscimento, di andare a fare il passacarte nella più nota gazzetta ufficiale della partitocrazia non lo sappiamo. Che cosa è il telegiornale uno della Rai? È un telegiornale di regime da cui se ne è appena andato uno dei più noti e ferrei sederi di pietra del regime, Clemente Mimun, specialista nel 'panino televisivo'. In cosa consiste il panino del Tg1? Ce lo spiega Francesco Pionati su 'Repubblica'. Il panino è il pastone, diciamo il polpettone della informazione come la intendono i nostri politici; una galleria di mezzi busti marmorei dei signori dei partiti e dei ministeri, sempre laudativa e, soprattutto, priva di notizie. Qualsiasi fatto scandaloso della Repubblica, dal caso Parmalat a quello di Telecom, viene subito avvolto in commenti e interviste incomprensibili da cui si capisce soltanto che ancora una volta i 'poteri forti' hanno compiuto malversazioni colossali senza che gli organi di controllo li abbiano fermati e nella certezza che nel peggiore dei casi finiranno in villa per trascorrervi gli arresti domiciliari. Tutti i politici in servizio, a partire da Fausto Bertinotti, augurano a Gianni Riotta di abolire il panino. Ma come se è il loro cibo preferito e insostituibile come ben sa Bertinotti infaticabile frequentatore di sale televisive? Racconta Francesco Pionati che di panini televisivi se ne intende: "Devi misurare le presenze con il bilancino. Dai un minuto a Pecoraro Scanio e devi darne uno a Diliberto. I partiti decidono loro, ti mandano chi vogliono. L'idea del panino è stata di Clemente Mimun durante il primo governo Berlusconi. La prima fetta di pane spetta al governo, in mezzo ci metti la fettina di mortadella dell'opposizione che protesti, attacchi, contesti tanto; poi, puntualmente, arriva la seconda fetta di pane riservata alla maggioranza di governo. Se alla opposizione c'è Silvio Berlusconi e non la sinistra, allora l'ultima fetta è immancabilmente sua. Se è alla opposizione si invertono le parti. Con Berlusconi al governo l'ordine delle opinioni era tassativo e neanche per sbaglio l'ultima parola poteva toccare a un 'comunista'. Se per caso una dichiarazione governativa arrivava alla fine del telegiornale, la si incollava in chiusura, facendola leggere in diretta ai conduttori. Ai rappresentanti dell'opposizione di solito si riservava la carrellata delle mini-interviste in cui passano di corsa come i bersaglieri tutti i partiti senza neppure dargli il tempo di finire la frase. Il panino è sacro per i politici. Togliglielo e casca il mondo. "La rivoluzione fanno", dice Pionati, "la rivoluzione. Toglilo e vedrai quel che succede. L'uomo politico aspetta le otto di sera e se non appare, ogni sera, sempre è la rivoluzione". Riotta ce la farà a toglierlo? Gli esperti sono pessimisti. Ci provò solo Enzo Biagi e lo giubilarono immediatamente. I politici si giustificano con l'audience: il Tg1, dicono, è il telegiornale più seguito dagli italiani. È vero, ma questo la dice lunga sulla venerazione di fondo che noi abbiamo per il potere, sia quello economico sia il politico. L'ultima parola in politica ce l'ha il telegiornale di governo come in economia la onnipotente pubblicità. Abbinati sono uno sfracello. Chi te lo ha fatto fare, caro Riotta? Giorgio Bocca 5 Ottobre 2006 |
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Parmalat:Altroconsumo chiede 38 mln risarcimento a Deloitte
ROMA (MF-DJ)--Altroconsumo chiede a Deloitte e Italaudit 38 mln di euro di risarcimento per il caso Parmalat. L'iniziativa di tutela giudiziaria lanciata nel dicembre 2003 da Altroconsumo, associazione indipendente di consumatori, a favore dei danneggiati dal dissesto Parmalat, registra un passo in avanti decisivo. Gli avvocati che curano la causa di risarcimento danni per il caso Parmalat in Italia, informa una nota, hanno notificato l'atto di citazione a Deloitte & Touche e Italaudit s.p.a. in liquidazione (ex Grant & Thornton) per conto di 2.607 risparmiatori che si sono rivolti ad Altroconsumo. L'iniziativa e' in collaborazione con Deminor. La causa al momento coinvolge solo gli obbligazionisti - gli azionisti, per ragioni tecniche, agiranno in giudizio in un secondo momento - e le societa' di revisione che certificavano i bilanci della Parmalat. Il risarcimento richiesto dai risparmiatori supera complessivamente i 38 mln di euro. com/pev Sai se anche Parmalat SpA dovesse essere compresa nella class action il c.ulo che gli faranno a mr bond che per non cacciare qualche centinaio di milioni di euro ne dovra' cacciare cento volte tanto
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